3 7 minuti 3 anni

Queste furono le parole di un ilare Sir Alex Ferguson al termine della più rocambolesca finale di Champions League. Era il 26/05/1999 in un Camp Nou gremito da più di 90.000 spettatori e anche all’epoca un Bayern in controllo totale della gara dopo il gol a freddo di Basler, dovette soccombere nei minuti di recupero dai subentrati Sheringam e Solskjaer.

I corsi e ricorsi storici, vogliono che 20 anni dopo, un’altra squadra rossonera compia la stessa prodezza nella prima Finale « alla europea » della coppa Libertadores.

Flamengo-River si è già giocata da qualche giorno e analizzandola, l’esito della finale di Lima non ha nulla di sorprendente in sé stessa: il Flamengo era nettamente favorito, ma nessuno si aspettava una partita del genere. L’amarezza e il dolore a poco meno di 48 ore sono ancora forti e profondi, non danno pace soprattutto i 78 minuti (dal 10’ al 88’) in cui il River ha avuto il controllo totale della gara, arrivando a 3’ dal Back to Back che avrebbe permesso a Gallardo di eguagliare Carlos Bianchi con il Boca 2000/2001. Si possono cercare le cause e gli errori fatti negli ultimi minuti, ma nessun tifoso riverplatense a caldo vuole o puo’ farlo.

Le attenuanti per il River sono molteplici: la differenza abissale di budget, una rosa tecnicamente inferiore e soprattutto gli infortuni avvenuti durante la partita che hanno obbligato Gallardo a fare dei cambi (alcuni sbagliati).

Eppure la partita inizia nel migliore dei modi, perché alla prima occasione, Santos Borré porta in vantaggio i campioni in carica su un centro senza pretese di Nacho Fernandez. Gran gol di Santos, che dà conferma quello che già sapevo: la difesa è l’unico punto debole del Flamengo perchè nell’azione del gol, né Rodrigo Caio né Diego Alves sono esenti da colpe. Il vantaggio permette al River di chiudere tutti gli spazi. Teme Gallardo infatti la spinta sulle fasce degli “esperti europei” di Rafinha e Filipe Luis, ma De La Cruz e Nacho Fernandez fanno bene il loro dovere, rimanendo molto alti e ‘ricacciando’ i brasiliani all’indietro.

Qualsiasi giornalista nel preparare le pagelle del primo tempo avrebbe preparato due 10:

  • A Enzo Perez, dominatore assoluto del centrocampo, la cui gara dovrebbe essere materia di studio nelle scuole calcio per la posizione di «volante de contencion»;
  • A Javier Pinola autentico mastino che riesce a cancellare Gabriel Barbosa fino al 56’ senza fargli letteralmente toccare palla.

Ma se il mendocino ed il Pelado sono giocatori di esperienza (il primo era alla sua terza finale di Libertadores con le maglie di River e Estudiantes e il secondo è alla sua seconda finale col River) in questa partita vorrei sottolineare le prestazioni di altri due giocatori: Montiel e Palacios.

Per personalità e grinta, Palacios ha fatto una delle sue migliori partite da quando é in prima squadra, constringendo Gerson (irriconoscibile) e Arão ad una partita di puro contenimento. E pazienza se a fine partita è stato espulso per frustrazione, il mio giudizio su di lui non cambia.

Cachete Montiel invece aveva l’arduo compito di contenere il miglior giocatore del Flamengo (Bruno Henrique) e impedire le incursioni di Filipe Luis: Eseguito alla perfezione. Purtroppo negli ultimi minuti, a causa di un affaticamento muscolare non riesce a chiudere su Bruno Enrique. Sarà l’artefice del pareggio carioca.

Ben 4 giocatori del vivaio Gallardo ha messo in campo in questa final (tra titolari e giocatori subentrati). 4 giocatori provenienti dalle giovanili: Montiel, Martinez Quarta, Palacios e Julian Alvarez. E’ questo che fa del River Plate una squadra speciale nel calcio mondiale: avere in prima squadra sempre prodotti del suo vivaio e a questi livelli non è cosa da poco e poche squadre possono vantarsi di tale tradizione. E se vogliamo è anche una sorta di paracadute questa continua valorizzazione del settore giovanile, per un club sempre in bilico a livello finanziario, nel contesto di un Argentina sempre più in crisi economica.

Si diceva dei cambi di Gallardo: il cambio Alvarez per uno stanchissimo Nacho Fernandez (che é arrivato al finale di stagione non nel suo miglior stato di forma) non é piaciuto a molti, ma i problemi sono iniziati quando Pratto ha sostituito Santos Borré e soprattutto quando Paulo Diaz ha preso il posto dell’infortunato Casco. Questi sono stati i cambi sbagliati e purtroppo decisivi, assieme all’ingresso del veterano Diego Ribas hanno fatto svoltare la partita. All’89’ Pratto perdendo un pallone sanguinoso con il River Plate sbilanciato in avanti, fa scaturire un fulmineo contropiede in cui Pinola non riesce a chiudere su De Arrascaeta, con Paulo Diaz che si fa bruciare da Gabigol. 1-1

Poteva essere ‘la partita’ per Pinola, ed invece, è dal lungo lancio di Diego che Javier commette il suo unico errore, forse il più immeritato nella sua lunga gloriosa carriera, che fa perdere la coppa già in direzione di Nuñez.

Si dice che prima di vincere, bisogna saper perdere, e l’atteggiamento dello staff tecnico di Napoleon e dei giocatori, che sono rimasti alla premiazione degli avversari, fa capire a tutti perché il River Plate é EL MAS GRANDE…….LEJOS.

Spero che questa batosta non lasci scorie dannose, perché si avvicina il 13/12, giorno della finale di Copa Argentina contro il Central Cordoba di Santiago del Estero a Mendoza e visto che si avvicinano le feste di fine anno, i tifosi Millonarios sono abituati a brindare con una COPA….

Gallardo che consola i suoi uomini. Cinque minuti prima stava vincendo.

Levanta la cabeza e vuelve a pelear, River de mi corazon!

Di Magdi Sadalla


calcioargentino.it

3 commenti su “‘Football bloody hell’

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