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La sera dopo qualche sensazione comincia a sedimentarsi nell’animo. La prima, violenta amarezza lascia il posto ad una più sottile ma fastidiosa consapevolezza: non poteva finire diversamente.

L’epilogo che ha visto il Boca campione pare ineluttabile, non per una manifesta superiorità della squadra bostera, anzi, probabilmente è stato proprio il Racing la squadra che ha espresso i migliori valori tecnici, quanto, per la reiterata incapacità della squadra di Gago di infliggere il colpo ferale ogni volta che ne aveva la possibilità. Gago ha fallito tutti i momenti topici dell’anno, dagli scontri diretti col Boca in Copa de la Liga e Superliga, alla partita di Sudamericana col River Plate uruguayo fino, ovviamente, alla partita del Cilindro contro il River, persa assurdamente contro una squadra in passerella per salutare Gallardo.

E pensare che gli odiatissimi vicini dell’Independiente avevano fermato il Boca sul pari. Ma come detto, la Gagoneta non ha mai avuto la capacità di vincere quelle partite che devi vincere ad ogni costo, quelle che nel basket dei playoff sono detti pivotal game, ovvero quelle gare che indirizzano e determinano le stagioni. Il Racing di Gago ha pareggiato una partita da psicodramma col balneare Defensa y Justicia, sbagliando anche un rigore e mostrando tutta la propria devastante insicurezza, figlia di un inadeguatezza che viene dall’entrenador.

Gago ha gettato delle solide basi tecniche, e questo gli va riconosciuto, ma non ha saputo dare alternative di gioco e di idee alla squadra. Quando falliva il Piano A ci si incaponiva senza costrutto, esasperando la ricerca della giocata individuale che potesse mettere a posto le cose.

Il Racing ha mostrato per tutto l’anno una tendenza marcata a cercare l’isolamento dei due esterni nel 4-3-3 nel tentativo di creare alternative soluzioni tattiche o per cercare la profondità per Copetti; unica variazione ammessa, l’inserimento di un terzino. Dentro a questa interpretazione piuttosto monocorde c’è una gestione per nulla convincente di Carbonero e Vecchio. Il primo ha giocato troppo poco e lo si è visto nelle ultime sei partite dove, impiegato con continuità, ha dimostrato di essere il più forte esterno del campionato, contribuendo nel creare voragini nelle difese avversarie con e senza palla. Vecchio, invece, usato troppo, ha patito due terribili infortuni per gli eccessivi carichi fisici. A 34 anni, con una condizione fisica non ottimale, è apparsa come una condanna fargli giocare la maggior parte dei minuti nelle 14 partite.

Un altro dei ‘peccati’ di Gago è il non aver mai sperimentato, nonostante una rosa ampia e di qualità, soluzioni differenti in partite o momenti della partita diversi, fosse un 4-2-3-1 dando a Vecchio massima libertà e minimi compiti di copertura, o un 4-3-1-2 con Romero vicino a Copetti per far saltare i bunker più ostinati. Credo che una squadra che ha chiuso con la sesta difesa del campionato concedendo quasi un goal a gara (24 in 27 partite) avesse estremo bisogno di alternative e piani B,C e forse anche D.

E chissà se un ventaglio di alternative più ampio non avrebbe portato anche ad una serenità e consapevolezza maggiori, evitando magari scene infantili come quella dell’infausto rigore di ieri, che Galvan (giocatore che comunque ha disputato individualmente un’ottima annata al centro della difesa) si prende senza motivo e a tutti i costi, sebbene è evidente che in una squadra esistano dei rigoristi designati. Scene già viste purtroppo, come quella di Cardona che entra in campo contro l’Atletico Tucuman e ‘ruba’ la palla della punizione ad Alcaraz, per poi fare un tiro ‘telefonato’ al portiere. In questi esempi appare tutta l’immaturità dal punto di vista mentale che il Dt non ha saputo migliorare. Altro elemento, che ha spostato l’ago della bilancia verso il Boca.

Il Racing deve ripartire da un nucleo più giovane e di valore come quello composto da Gaston Gomez, Galvan, Piovi, Prado, Mura, Caceres, Moreno, Alcaraz e Miranda (che hanno composto un ottimo centrocampo) Rojas, Carbonero e Romero lasciando andare i grandi vecchi sui quali Gago si è tanto appoggiato ma che non hanno evidentemente dato quell’apporto di mentalità ed esperienza che ci aspettava.

Una valutazione a parte la merita anche Copetti che ha chiuso la sua prima stagione con numeri dignitosi in doppia cifra di goal realizzati ma che, a 26 anni e quindi nel pieno della maturità, ha segnato un solo goal contro le top 6 che diventano 3 se consideriamo le prime 8, restituendo l’idea di un bomber meno decisivo di quello che questa improvvisa fioritura ha forse fatto pensare.

Probabilmente, se davvero dall’Italia qualcuno è disposto a spendere gli 8 milioni della clausola è giusto andare oltre, magari puntando sul riscatto di Romero che ha una cifra tecnica differente anche se con meno garra.
Tirando le somme, si può assolutamente dire che è stata una stagione deludente. Ma che, molto molto amaramente, questo gruppo non era assolutamente in grado di far finire diversamente.

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