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Ognuno misura il tempo a modo suo. A Buenos Aires, ad esempio, esiste un “prima” e “dopo” Román. Nel mentre non c’è nulla se non l’attesa di rivederlo.

Dal 2015, anno del ritiro fuori casa con la maglia dell’Argentinos Juniors, El Mudo è rimasto fedele al suo soprannome: ha taciuto ed è stato a guardare gli atti finali del teatro di Daniel Angelici da presidente del Boca Juniors. Le ultime battute di un patrón senza cartucce nell’anno corrente per ripresentarsi alle urne per la direzione del club più importante del paese.
Perdere a Madrid la Copa Libertadores contro i nemici acerrimi del River Plate è stato sicuramente il momento che ha messo fine al regime regnante dell’italo-argentino.
Poi è sceso in campo Román ed il governo è caduto definitivamente. Quello di Macri, quello della sua gente che in otto anni al potere con Angelici non ha conseguito nessun titolo internazionale. Un affare non da poco per il club più titolato al mondo, insieme ad altri due (li conosciamo, no?).

Il macrismo è finito, forse addirittura dopo quella doppietta di Martín Palermo al Real Madrid, all’inizio del nuovo millennio, in Coppa Intercontinentale. A poco, anzi a nulla, è servito cercare di richiamare proprio Riquelme come partitario e simbolo della nuova campagna elettorale.
Maradona, dalla parte del candidato Gribaudo, ci aveva messo il suo accusando Román di essersi mosso solo per soldi. Un tentativo “dall’alto” di riportarlo sulla via dell’oficialismo ma non è servito a nulla.
Riquelme ha preferito rinunciare anche al suo giorno, al suo addio alla Bombonera con Messi ospite, pur di schierarsi dalla parte giusta.

Diego non lo sapeva. Pensava che il suo potere si estendesse fin sopra le nuvole. Forse è così, ma non per la porzione di cielo che avvolge Buenos Aires.
Nel 1996 Riquelme è arrivato a La Boca e ci è rimasto per sempre. L’ha portato la “gente del regime”, che poi è stata la stessa che negli anni a seguire si è rifiutata di firmargli rinnovi, arrivando a cacciarlo. Un affronto che un uomo silenzioso e di parola come Román non ha dimenticato.
Nessun litigio, muto. Come sempre. Si è seduto, ha aspettato il suo giorno ed è arrivato.
Immancabilmente.

Oltre trentotto mila soci si sono presentati alle urne per votare il nuovo presidente e il 52,8% schiacciante ha parteggiato per la giunta Ameal-Pergolini. Quella politicamente legata al nuovo presidente anche del paese, il peronista Alberto Fernández, oltre che a Riquelme.
Circa dodicimila votanti in più rispetto al 2015, quando la poltrona andò ad Angelici. Un record, come le percentuali vincenti, che hanno lasciato alle altre due fazioni la fame da spartirsi: Gribaudo fermo al 30,6% e la squadra apolitica di Beraldi capitanata da Batistuta ha raccolto le briciole del 16,4%. Quando Román si è recato in sala con la sua tessera da socio per votare, l’intervento delle forze dell’ordine è stato inevitabile.
La sensazione è che per la gente dalle 14:30 in poi di domenica fosse arrivato l’anno nuovo. La svolta.


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Riquelme non ha promesso niente che non abbia già: il Boca Juniors è della gente del popolo, non delle élite. Questo spirito, affossato dall’ultima lunga gestione, va recuperato. I soci dovranno avere più spazio, più strutture a disposizione e sarà El Último Diez l’arbitro del progetto sportivo. Lui sceglierà chi può guidare gli Xeneizes, lui opterà per i calciatori che andranno e per quelli che verranno. Sarà la faccia del campo, il collante e il magnete per gli acquisti internazionali, come quello di Daniele De Rossi, apripista di una nuova tendenza.

La politica non deve interferire e la gente da La Bombonera non deve andare via: lo stadio va implementato, rivisitato, ampliato. Non sarà rifatto da zero, non si sposterà nemmeno di una zolla ma sarà rinnovato. Sarà all’altezza del futuro che rivuole.
Non c’è nessuno che non gli creda, perché Román parla poco e mantiene tutte le promesse.
Tranne quella di Angelici, ma non c’è bisogno poi di nessuna partita d’addio: Riquelme è tornato a casa, e questa volta ci entra senza il permesso di nessuno.

Non ne avrà bisogno. Almeno per quattro anni.

Di Sabrina Uccello


calcioargentino.it

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