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Avrebbe dovuto chiamarsi Lionel, e sarebbe stata davvero ironia della sorte. Tuttavia, la giurisdizione di Buenos Aires non permetteva un’ortografia differente da Leonel, e per questo fu chiamato Sergio. Sergio Leonel Agüero. Nato in un sobborgo poverissimo della capitale argentina e col rischio di non vedere mai la luce. Sua madre quasi perse la vita per metterlo al mondo, ma il destino è puntuale e deciso. Nacque con “un pan bajo el brazo”, disse il dottore. Un vecchio adagio che sta a significare che quel bambino avrebbe portato fortuna a tutta la famiglia. E casa sua aveva le fondamenta in un campo di calcio pieno di polvere. Il punto di battuta del corner era praticamente l’uscio della porta. Più tracciata di così la linea della sua vita non poteva essere.

“Il tuo miglior psicologo è ricordare i sogni che avevi da bambino”, ha consigliato una volta proprio El Kun. Ma quanto lontano si può sognare? Fin dove l’immaginazione riesce a spingersi prima di rigare l’orizzonte? Si può davvero credere a quello sta che accadendo? Sergio Agüero sta ristampando i libri di storia della Premier League con 179 gol all’attivo (nel momento in cui questo articolo è stato redatto e 251 considerate tutte le competizioni, ndr), che hanno fatto di lui lo straniero più prolifico del massimo campionato inglese, superando la leggenda Thierry Henry. Inoltre, col Manchester City ha accumulato dodici triplette personali, diventando il calciatore che ne ha messe di più a segno, più di Alan Shearer. Al momento, poi, è il quinto marcatore di sempre della Premier. 

Si potrebbe continuare, se non fosse più bello fare un passo indietro. Indietro al giorno in cui la famiglia del Kun rifiutò la Juventus, il Boca Juniors e il River Plate. Firmò il contratto con Nike e scelse l’Independiente, perché lo era letteralmente. Los Diablos Rojos rappresentavano l’unico club che ti permetteva di giocarvi pur non avendo la tessera da socio.

Chi poteva permettersela all’epoca? Suo padre no, sebbene a calcio fosse veramente bravo al punto di essere retribuito per i tornei locali. Nel giro vi era entrato anche Sergio ad appena dieci anni: sapeva fare gol e sapeva anche pararli. La fortuna di Agüero si è sempre trovata solo nelle radici del suo talento, nelle gambe. Le reti che attiravano e il carisma che ha sempre affascinato colpì anche Samuel Liberman e José María Astarloa. Per noi eretici: gli stessi che hanno curato la carriera di Diego Forlán. Dal giorno in cui videro Sergio, che aveva dieci anni, se ne innamorarono e il resto è storia nota. 

A 15 anni Agüero è divenuto il calciatore più giovane ad aver mai debuttato in Primera División. E sapete chi era al televisore a guardarlo in quel match tra Independiente e San Lorenzo? Un ragazzo che già giocava nel Barcellona, La Pulga. Leonel Messi. Fu lui a “innamorarsi” del Kun prima che Agüero lo conoscesse in un ritiro della Nazionale e gli chiedesse: “Come ti chiami?”. Ne restò stregato Leo e la storia della loro amicizia fraterna non li ha ancora visti alzare insieme una Coppa. La generazione probabilmente migliore mai sorta in Argentina, che non è mai riuscita a imporsi. Che beffa, no? La stessa di Sergio, che probabilmente, se fosse nato in un’epoca diversa, non avrebbe dovuto ascoltare Pep Guardiola dire che “Agüero non è il più forte che ho allenato, prima c’è Messi”. Messi è sempre prima ed è giusto così, ma meno giusto è che del Kun se ne parli sempre poco. Come se il talento fosse scontato, come se, risiedendo già sulle stelle, non avesse diritto a una cittadinanza onoraria anche sulla Terra. Agüero ha trascorso tutta la vita calcistica a litigare con i problemi muscolari, che ha risolto attraverso una dieta vegetariana, propostagli da un dietologo italiano. Nonostante gli stop, nonostante la luce dei riflettori in Argentina puntasse al suo collega, Agüero è più in alto di tutti con una naturalità disarmante.


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Di tutti i gol che ha segnato, proprio uno ha incrociato gli astri e reso evidente quello che per forza è stato e dovrà essere. Era il 1 marzo del 2008 e il Vicente Calderón ospitava ancora le partite dell’Atlético Madrid. Agüero divideva l’attacco con Forlán. Il Barcellona vantava ancora Messi da poter gestire a sprazzi, perché davanti c’erano Henry, Ronaldinho, Eto’o. Xavi e Iniesta ovviamente alle spalle. I blaugrana erano secondi in classifica, gli uomindi Aguirre quarti. Ma Agüero non lo sapeva, non l’hai mai saputo. Decise quel 4-2, con una prestazione che umiliò gli avversari. Due reti e due assist. La stampa il mattino dopo s’inchinò ai suoi scarpini: “Un calciatore enorme, diverso, sfacciato, indifferente davanti alle circostanza e al rivale. Tremendo col gioco di gambe, le finte, tremendo nella definizione. Tremendo Agüero, Sergio, El Kun, che ha riscattato la sua squadra quando era già morta, e ha ucciso il Barcellona“.

Quel gol è diventato quotidianità e a oltre 31 anni quelle parole stampate non hanno mai dovuto essere riscritte: Agüero ha trafitto mortalmente tutte le squadre che ha incontrato sul suo cammino. Eppure manca ancora qualcosa. Ne mancano tre: manca una Champions League, manca un Mondiale. E poi? C’è un ricordo. Aveva 17 anni e giocava la penultima partita con l’Independiente, la gara contro l’Olimpo. Un’entrata ingenua gli costò un giallo. Cinque cartellini accumulati, ergo una squalifica. Sergio avrebbe giocato l’ultima sfida la settimana successiva, prima di volare a Madrid. Il match contro il Boca Juniors. In campo si rese conto che non avrebbe avuto mai avuto la sua partita d’addio e pianse. Davanti ai compagni di squadra. Poi, più tardi si presentò lo stesso dal dischetto e sfogò la rabbia con una rete. Partì poco dopo. La gente di Avellaneda non gli avrà mai perdonato di essere andato via così presto e senza salutare. Anni dopo cercò di tornare, per aiutare la squadra a risalire in Primera. Troppo complicato, troppo costoso. Il suo giro immenso intorno al pallone sta ancora continuando. Il tempo dei sogni non è ancora arrivato. E forse, va bene anche così, Sergio. Lo dicono in Premier League i numeri, le classifiche, i record che dovrai ancora battere perché c’è chi per salire più in alto di tutti, deve saltare sempre una volta in più.

di Sabrina Uccello



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