Capitán presente

Capitán presente

Gennaio 7, 2020 1 Di Sabrina Uccello

Esce dalla porta principale, come chi non ha nulla da nascondere. Non è accompagnato, perché non ha bisogno di scudi. Di lunedì mattina, quando la vita ha difficoltà a ricominciare. Con vestiti suoi e nessuno stemma, perché Daniele De Rossi è di tutti: è patrimonio del calcio, che vuol dire umanità.

Il Tano ha lasciato il Boca Juniors, ha lasciato il calcio. Un concetto è metafora dell’altro, anche per chi non appoggia la propria fede nell’azul y oro degli Xeneizes.
Solo sei mesi fa De Rossi aveva compiuto il viaggio all’inverso, rendedosi protagonista del trasferimento romanticamente più bello della storia del calcio. Niente muraglia cinese a Pechino e niente Burj Khalifa a Dubai: Buenos Aires, La Bombonera. Chi l’avrebbe mai detto? Il capitano della Roma lascia la patinata Europa per giungere fino alle radici del calcio, per raccogliere il significato primigenio e unico che ha questo sport. Accolto come una divinità, Daniele ha realizzato il desiderio impossibile di quel bambino che ha visto Riquelme alla tv e non riesce ancora a credere che a Barcellona non abbia dettato la sua legge.

È il 26/07/2019.
De Rossi inizia la sua seconda avventura della sua carriera.

De Rossi ha riscritto il regolamento del calcio contemporaneo e il cuore di La Boca gliel’ha riconosciuto. In fondo, quel contratto per una stagione non è stato un patto con la giustizia né un favore agli appassionati di questo sport, è stata una scelta egoistica. De Rossi voleva calcare il césped più bello al mondo, “perché mi faceva emozionare anche senza esserci mai entrato”. Se esiste da qualche parte un manuale per essere capitano, l’ha scritto El Tano in vent’anni e più d’attività calcistica, perfettamente riassunti in 165 giorni da Bostero. Solo sette partite, fermato da un infortunio e dal dolore di non essere riuscito a realizzare la rivincita del Boca sul River. Sei mesi oltreoceano che hanno raddoppiato gli anni alla Roma, quando in quella notte di Copa Libertadores con le lacrime agli occhi la hinchada non smetteva di cantare: “A Boca lo llevo en la sangre, lo llevo en el corazón”.

Chi è De Rossi? Un professionista che ha accettato di venire per sempre dopo Francesco Totti, perché la sua è stata una scelta d’amore. Un genitore, che sa rinunciare a sé stesso perché “Gaia ha 14 anni e ha bisogno di suo padre vicino. A me manca la mia famiglia e alla mia famiglia manco io”. Un sognatore perché “non pensavo di poter amare un’altra squadra quanto amo la Roma. Parte del mio cuore resta qui”. Un tifoso che ha ricevuto dalla gente del Boca più di quello che sente di aver dato. Un solo gol all’Almagro in Copa Argentina, applaudito più di una rete a La Bombonera. Un capitano perché “mi è sembrato rispettoso venire qui in conferenza e parlare alla gente in faccia. Io sono così, le cose si spiegano. Prima di cominciare ad allenarmi, mi sono riunito a cena con alcuni compagni e ho comunicato la mia decisione”.

L’improvviso addio al Boca e al calcio.
È il 06/01/2020

Mai fuori posto, nemmeno quando il 27 maggio del 2019 si è chiuso nell’abbraccio dell’Olimpico per l’ultima volta. Non c’era più spazio per lui e non ha provato a insistere, quando il rinnovo contrattuale con i giallorossi avrebbe dovuto essere il gesto di gratitudine più spontaneo per diciotto anni di onorato servizio, gli stessi della maturità. Nel calcio, però, non c’è mai posto per i “grazie”, figurarsi per un “capitan futuro”, che ha atteso il suo giorno anche quando sapeva non sarebbe arrivato più. E allora è Roma-Parma e tutta la pioggia del mondo raccolta al centro del Foro Italico. Ci prova a camminare e a parlare, Daniele. Non ce la fa, e tiene la mano di Sarah, dei suoi bambini e piange. L’aveva fatto anche il primo giorno: il 30 ottobre del 2001 all’esordio in Champions League in Roma-Anderlecht 1-1.
Di mezzo è successo di tutto: i giallorossi di Spalletti, due Coppa Italia, una Supercoppa e Germania 2006, quando l’Italia fece “azzurro il cielo sopra Berlino”. Tutta la vita sportiva a rincorrere l’ambizione di rendersi eterno, come chi resta nella memoria. Poi il tempo per pensare a sé, il tempo del Boca Juniors.
In azul y oro Daniele non ha fatto la differenza, perché non ha potuto: più di un infortunio muscolare e la delusione di non aver potuto alzare un trofeo sotto i coriandoli de La Doce.

Resta il valore della scelta compiuta e anche l’onesta di fermarsi davanti a un muro più alto della forza che resta nelle gambe.“Avrei potuto giocare quanto ancora? Fino a giugno, magari dicembre. Ma ho 36 anni e non avrei potuto proseguire per altri dieci. Allora torno a casa, da mia figlia”. Gaia, si chiama. L’angelico risultato del suo primo matrimonio, quello lampo con Tamara Pisnoli. Una storia terminata a causa di vicende violente, riguardanti la vita familiare dell’allora compagna. Non ne ha mai parlato troppo El Romano, per non tirare a galla dettagli che col tempo avrebbero finito per compromettere proprio la sua prima figlia e la serenità che cercava di dare alla sua vita.

De Rossi incontra Maradona.
È il 09/08/2019

Arriva per tutti il giorno di scegliere, per Daniele è giunto insieme al 2020. Il terz’ultimo degli eroi di Germania 2006 (resta in attività Giorgio Chiellini e Gianluigi Buffon, giocatori della Juventus) lascia il calcio giocato e un cumulo di carattere e meraviglia che aveva portato in campo con sé. L’ha annunciato quasi di sfuggita, come fosse un dettaglio trascurabile (“Lascio il Boca e quindi chiaramente anche il calcio”), perché lo spettacolo mediatico non gli è mai piaciuto. L’ultima scelta, ancora seguendo il cuore, perché De Rossi è così e ci siamo sentiti un po’ tutti Daniele, quando arrivato a Buenos Aires è stato a casa di Diego Armando Maradona con Nico Burdisso e hanno parlato di Italia, Napoli, Roma e tutto il calcio che c’è. Un ragazzo qualsiasi, che non ha mai venduto “humo” perché non ne ha mai avuto bisogno.
Solo talento, garra, professionalità. Capitano si nasce e, Lele, lo sei stato in ogni presente. Altro che futuro. Checché se ne dica.
Gracias.

di Sabrina Uccello


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