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La carriera di Rodrigo Palacio non si può certamente definire gloriosa, ma la sua rimane comunque una figura di culto. El “trenza’ appende definitivamente gli scapini al chiodo. Dopo vent’anni di futbol arriva la decisione di salutare tutti e ritirarsi dal suo mondo, dal futbol, parte fondamentale della sua vita.

Non ha mai segnato tantissimo Rodrigo e, soprattutto, non ha mai alzato una coppa dopo essere arrivato nel vecchio continente. Lui stesso ha dichiarato in una intervista: Io non sono un campione, non sono un giocatore fortissimo. Però sono contento di quello che ho fatto. Mi dispiace non aver vinto nulla in Europa, ma vincere non è per tutti”. Non è per tutti l’umiltà, soprattutto a certi livelli, tuttavia, il nome di Palacio rimane scolpito nella mente e nel cuore di chi ama davvero il futbol. La sua “trenza”, è vero, ha sicuramente contribuito a renderlo iconico, ma non può bastare a spiegare il perché tutti noi futboleros siamo tanto innamorati di lui. Per provare a capirlo dobbiamo riavvolgere il nastro.

Rodrigo Palacio nasce il 5 febbraio del 1982, quando in Argentina, nella testa di chi era al comando di una dittatura militare ormai in disfacimento, inizia a circolare l’idea di “tomar las Malvinas”; quando Menotti prepara la Selección al mondiale di Spagna, potendo contare sulla formazione dei campioni del mondo 1978, ma anche su Maradona. È in questo contesto che Rodrigo venne al mondo a Bahía Blanca, la stessa città dove all’età di otto anni iniziò a giocare nelle inferiori del Bella Vista, debuttando poi in prima squadra nel 2001.

L’anno successivo, un impresario di Tres Arroyos compra il suo cartellino per 60.000 dollari e lo porta all’Huracán, che militava nella B Nacional. Rodrigo debutta con un gol contro la Juventud Antoniana de Salta e, alla fine di quel campionato, il suo bottino fu di quindici reti, fondamentali per la conquista della promozione da parte del “Globo. Si parlò dunque della possibilità di trasferirsi in Europa, al Betis di Siviglia, che allora languiva nella Segunda Division spagnola. Per poter giocare nel campionato iberico, Rodrigo avrebbe però dovuto aspettare qualche mese, a causa di alcuni intoppi burocratici. Fu così che decise di rimanere in patria, per tentare la sorte al Banfield, dove i suoi nove gol furono sufficienti ad attirare gli sguardi degli osservatori del Boca Juniors. Nel 2005 dunque, per Palacio era finalmente giunto il momento di trasformarsi ne “la joya (il gioiello).

Rodrigo era un giocatore molto rapido, tanto che in molti iniziavano già a chiamarlo “la liebre (la lepre), e nell’uno contro uno sapeva confondere l’avversario come pochi. Sembrava nato per vivere sulla linea del fuorigioco e, quando scattava al limite dell’offside, diventava imprendibile. Fu con queste qualità che, in pochi mesi, si conquistò il cuore della hinchada azul y oro. Già allora, è vero, gli si recriminavano i pochi gol segnati ma, come non innamorarsi di un giocatore in grado di generare quattro o cinque occasioni chiare ogni partita? A guardare bene, poi, Palacio marcò 82 reti in 185 partite con il Boca, che sono comunque un numero di tutto rispetto.

L’impatto di Rodrigo fu infatti tale che, dopo qualche mese con la maglia del Xeneize, costrinse il Coco Basile a far sedere in panchina uno come Guillermo Barros Schelotto, che era stato il compagno di reparto di Martin Palermo negli ultimi dieci anni. Palacio ricambiò la fiducia, contribuendo a vincere ben otto titoli, di cui cinque a livello internazionale. Il più importante è sicuramente la Copa Libertadores del 2007, trofeo che da allora è rimasto solo una tremenda obsesión per gli hinchas del Boca Juniors. Se in quel trionfo Rodrigo passò un po’ in secondo piano, fu solo perché, in quella edizione, le prestazioni del suo compagno Juan Roman Riquelme furono tra le più determinanti che si ricordino nella storia della competizione.

Palacio venne però premiato tra i tre migliori giocatori del successivo Mondiale per Club 2007, che si disputò in Giappone, insieme a due mostri come Seedorf e Kaká. La finale se la aggiudicò un Milan stellare per 4 a 2 ma, per “el trenza”, si stavano per spalancare le porte del calcio europeo. Quello stesso anno, infatti, ricevette l’apprezzamento del Barcellona. Nel 2008, poi, anche Lazio, Napoli e Chelsea mostrarono il loro interesse.

La pubalgia iniziò però a tenerlo lontano dal campo; fu per questo che, nel 2009, il Boca decise finalmente di accettare l’offerta del Genoa, che era però più bassa quasi del 300 % rispetto a quella ricevuta dalla Lazio qualche mese prima. Era iniziata l’avventura italiana di Rodrigo Palacio, una avventura che sarebbe durata ben 12 anni. Dopo aver imperversato sulla fascia sinistra del Genoa di Gasperini, sarebbe infatti passato anche dall’Inter, dal Bologna e dal Brescia.

Non è questa la sede per ripercorrere le sue gesta italiane ma possiamo dire, senza timore di essere smentiti, che Palacio ha un posto speciale nel cuore dei tifosi dello stivale, e non parlo solo di quelli delle squadre in cui ha giocato. Penso che tutti, a parte i tifosi della Fiorentina, abbiano infatti accolto con un sorriso la notizia della sua prima tripletta in Serie A, segnata con la maglia del Bologna alla veneranda età di 39 anni, diventando così il giocatore più vecchio a segnare tre gol in una partita, nella storia dei cinque maggiori campionati europei. Il punto è che non si può non voler bene a Palacio e non gioire di un suo successo, anche e soprattutto se si tratta di un record così strambo.

Questo, secondo me, avviene perché Rodrigo, nonostante fosse un giocatore eccezionale, si è sempre mostrato come una persona semplice, sia dentro che fuori dal campo, tanto che era solito arrivare agli allenamenti in tuta, guidando l’auto aziendale. Quello che mi ha sempre fatto impazzire di lui, era poi la sua incredibile propensione al sacrificio. Solo gli sguardi più attenti lo avranno notato, ma la generosità di Palacio è difficile da vedere in un altro attaccante.

Il suo, infatti, è sempre stato un lavoro incessante e, nonostante le scarse ricompense ottenute per tutta quella fatica, fino all’età di 40 anni, “la joya” ha continuato a scattare oltre le difese, ad infilarsi negli spazi, a portare palla in avanti e a dare tutto sé stesso in un pressing costante ed estenuante; il tutto con una leggerezza soprannaturale e l’immancabile “trenza” che ballonzolava alle sue spalle.

Come dicevamo, Rodrigo non ha mai fatto moltissimi gol ma, chi ama il futbol, sa che l’importanza di un giocatore come lui non si può misurare solo con il metro delle reti segnate. Palacio, infatti, poteva trascinare in avanti il baricentro della squadra, progredendo palla al piede; oppure, con i suoi scatti, poteva dare la profondità oltre la linea della difesa avversaria, ne poteva allargare le maglie defilandosi sulla fascia o farla allungare, aprendo gli spazi per il trequartista. Insomma, ogni suo movimento, con o senza palla, era finalizzato a dettare il ritmo alla sua squadra.

Anche quando non segnava, dunque, Palacio era sempre indispensabile. Molti dei suoi errori sotto porta, erano oltretutto dovuti proprio a questo suo costante sforzo, che spesso gli faceva perdere lucidità sotto rete. È come se il suo modo di giocare fosse scevro da qualunque egoismo e trascendesse in una dimensione più spirituale e più nobile. Sta forse qui, in questa sua vocazione all’altruismo, la profonda ingiustizia che ha percorso tutta la sua carriera, facendogli ottenere molto meno di quanto avrebbe meritato.

A separarlo dalla gloria è sempre stato qualche piccolo dettaglio, come quella volta al Maracaná, nella finale del Mondiale del 2014 contro la Germania. Durante il primo tempo supplementare, sul risultato di 0-0, servito da un passaggio tagliente di Marcos Rojo, Palacio si trovò infatti solo davanti al portiere Neuer ma, per sfortuna sua e della Selección Argentina, non ebbe la lucidità di prendere la giusta decisione; scelse infatti di “picarla” e di provare a superare l’estremo difensore tedesco con una palombella, che si spense però oltre la linea di fondo, al lato della porta avversaria. A otto minuti dalla fine, sarebbe stato invece Mario Götze a segnare il gol del vantaggio, spegnendo i sogni di tutti gli argentini.

Alejandro Sabella, il tecnico della Selección che più lo aveva voluto, sosteneva che Rodrigo “hacia mejor al contexto; in altre parole, migliorava la squadra e i suoi compagni. Eppure, l’immagine di Palacio che più ritorna alla mente dei tifosi dell’albiceleste è quella dell’occasione mancata contro la Germania, durante la sua ultima partita con la maglia dell’Argentina, con cui disputò 27 incontri segnando tre reti.

Gli ho visto fare decine di gol con quello stesso tocco morbido a scavalcare il portiere. Il primo che mi viene in mente lo segnò contro il Newell’s nel torneo Clausura del 2008. In quel caso era stato imbeccato da un colpo di testa di Palermo, che lo aveva lanciato a rete. Palacio scattò verso l’area avversaria, si fece scavalcare dalla parabola del pallone e lo lasciò rimbalzare una sola volta davanti a sé, subito prima di trafiggere il portiere in uscita con un pallonetto, cioè con lo stesso tocco beffardo che, contro la Germania, non lo avrebbe invece aiutato a scrivere il finale che lui meritava.

Quella di Palacio, potrebbe dunque sembrare una storia triste ma, a mio modo di vedere. Non è così. Ovviamente, ripenserà spesso anche lui a quella notte in Brasile e ai mille modi diversi in cui avrebbe potuto battere Neuer. Tuttavia, sono convinto che sia sincero, quando dice di essere soddisfatto di quello che ha ottenuto nella sua carriera. A pensarci bene, anzi, credo che a rattristarci siamo noi, noi che avremmo voluto vederlo alzare qualche coppa in più, per quanto gli abbiamo voluto bene. Dopo tutto, però, non è servito vederlo vincere per rimanerne ammaliati; ci siamo infatti innamorati del suo modo di stoppare il pallone, di portarlo avanti con l’esterno, di sterzare, di decelerare e ripartire. L’amore che proviamo per i giocatori come Palacio, in fondo, è la stessa che proviamo per il fútbol.

In una intervista di qualche anno fa, quando si era già affermato in Serie A, un giornalista gli chiese che cosa rappresenta il Boca Juniors in Argentina. Palacio replicò con una frase che rimarrà indelebile nel cuore dei bosteros: “Boca es la envidia de la Argentina: o sos hincha de Boca o lo odias a Boca. Es lo máximo”. (Il Boca è l’invidia dell’Argentina: o sei tifoso del Boca o lo odi. È il massimo). Io, a distanza di qualche anno, gli rispondo che invece Rodrigo Palacio si può soltanto amare.

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