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In una situazione normale, stasera alle 18 (23:00 italiane) 45 milioni di argentini sarebbero stati pronti ad abbracciare con tutto l’entusiasmo possibile la propria ‘figlia viziata‘, ovvero la squadra di tutta una nazione, la Seleccion Argentina. L’amore per camiseta albiceleste è un sentimento che coinvolge ogni sportivo del pianeta, data la misticità che continuamente questa maglia emana in ogni occasione. Cosa dire poi della trasformazione a director técnico per ogni sigolo tifoso, con milioni di formazioni diverse tra loro formulate?

Ma per una volta la Seleccion dovrà trasportare un intero Paese e non il contrario. I componenti della squadra che afffronteranno gli acerrimi rivali del Cile, sono ben consapevoli che il popolo argentino ha problemi ben più importanti che seguire una partita di calcio. La pandemia ha fatto danni inenarrabili in Sudamerica, colpendo duramente, tra le altre cose, il settore sanitario e soprattutto quello economico. L’inflazione e il debito vero i paesi più ricci continua a crescere. Non si vede la luce dopo il tunnel, ma paradossalmente il futbol potrebbe essere (come già in passato) l’unica ancora di salvezza per una nazione, da sempre sul filo del rasoio.

In una situazione normale, si starebbe discutendo della mancata convocazione in Nazionale di questo o quell’altro, ma invece, il tema principale di questi giorni è la pessima gestione del piano vaccini da parte del governo di Alberto Fernandez, di cui i suoi più stretti collaboratori, sono indagati per aver ‘fatto la cresta’ per portare in Argentina il vaccino Pfizer. O ancora peggio, per aver comprato i vaccini cinesi senza l’autorizzazione dell’EMA.

In una settimana normale in Argentina ci si interrogherebbe se il kun Aguero è fisicamente pronto per affrontare un torneo, dopo il lungo infortunio che lo ha tenuto ai box per grande parte della stagione. E invece si parla solo delle nuove restrizioni riguardo alle attività commerciali, ormai in ginocchio, o al ritorno del coprifuoco che sta esasperando milioni di persone.

Bisogna insomma fare i conti con il difficile presente. E che la situazione attuale non sia assolutamente normale è il fatto che la Copa America si giochi in Brasile, paese in seconda posizione per morti da COVID. L’edizione di quest’anno (o meglio quella del 2020 slittata ad oggi) doveva essere la prima in 100 anni, organizzata contemporaneamente in due paesi differenti. Ma il precipitarsi della situazione sociale in Colombia, dove una rivolta sociale contro il governo di Marquez ha causato decine di vittime e la crisi sanitaria in Argentina (con i numeri in percentuali per certi versi anche peggiori a quelli brasiliani) ha fatto sì che si cambiasse idea pochi giorni prima dell’inizio della Copa.

L’Argentina, forse, ha fatto la scelta migliore abbandonando la gestione di una manifestazione impegnativa e concentrandosi sulle proprie difficoltà interne. Il Paese non poteva far finta di non vedere le terapie intensive completamente al collasso, o i reparti COVID al massimo della capienza. Anche il campionato locale è stato fermato nelle sue fasi finale, segno di un’attuale difficoltà ancora esistente e ancora lontana dalla risoluzione completa.

Ma è the show must go on, ovvero, il treno della CONMEBOL non si ferma mai. Sperando vivamente che si posssa riprendere il prima possibile ad una vita sociale, almeno, dignitosamente parlando.

di Magdi Sadalla


calcioargentino.it

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