De Rossi: Sarò l’allenatore del Boca. Sì o Sì.

De Rossi: Sarò l’allenatore del Boca. Sì o Sì.

Luglio 9, 2020 0 Di calcioargentino

“Non ho più mangiato più quegli asados”.. È un Daniele De Rossi tutto tondo quello che si è ‘confessato’ a Cristian Grosso per ‘La Nación’. I suoi trascorsi al Boca, gli amici argentini, la malinconia dell’addio, il suo futuro, Messi.. c’è tutto il Tano in salsa argentina. Con una promessa ancora da mantenere.

Ecco l’intervista integrale.

“Quando tornavo dall’allenamento del Boca avevo la sensazione di essere a casa. Ero nel posto giusto ma al momento sbagliato. Adesso non passa una settimana che non mi manchi tutto del Boca, di Buenos Aires e mi dispiace, perché mi dicono che la situazione in Argentina sia molto complicata e temo che il giorno in cui potrò tornare non troverò il paese che ho lasciato. Là, mi sentivo a casa“.

BOCA “Sono felice se qualcuno pensa che sia stato parte di una gioia per i tifosi del Boca, anche se non ho fatto quasi nulla. Me ne rendo conto, ne sono molto consapevole. Non sono uno di quelli che si prende il merito di altri. Il titolo è stato vinto dai miei compagni di squadra in campo e sono stato molto felice per loro. Mi sono sentito parte di quel gruppo, anche oggi mi sento parte integrante di quella squadra anche se non ho fatto molto. Un giocatore come me, che è sempre stato protagonista, un leader, un pezzo importante, che ha giocato mille partite, non ha intenzione di gonfiarsi il petto per un titolo che i miei colleghi hanno vinto con i denti e le unghie (Superliga 2020 ndr). Non sarebbe giusto, sarebbe irrispettoso per loro. Quando giocavo al Boca ho dato sempre tutto, ho fatto la mia parte, abbiamo guadagnato punti importanti, mi sento parte di quella squadra e continuerò a sentirmi parte per i prossimi due o tre anni, anche se i miei meriti sono davvero pochi “.

COVID-19 “Al mio ritorno in Italia ho visto Roma come non avrei mai immaginato di vederla: deserta. E non pensavo che saremmo stati in grado di essere così rispettosi delle indicazioni, perché prima pensavamo fosse una malattia dei vecchi, ma poi quando iniziavano a morire chi aveva 50, 40 e 30 anni ci siamo preoccupati tutti. Ora la vita sta tornando come prima e questo mi preoccupa perché in Italia dimentichiamo tutto molto rapidamente. Bisogna stare attenti perché alcune malattie infettive potrebbero riapparire a settembre o ottobre. Ho ancora un pò di paura, sento che non c’è ancora da fidarsi”.

CAMISETA La maglia numero 16 del Boca è là fuori nell’appartamento, in bella vista. Non una, diverse. Ha ancora bisogno di dare via qualcuna per soddisfare le richieste di amici, giocatori ed ex giocatori di calcio. Dice che nemmeno nei suoi 18 anni a Roma gliel’hanno chiesta in così tanti. Quella del debutto contro l’Almagro e quella usata in Copa Libertadores sono ovviamente lì. “È la più bella che ho …” dice con tono nostalgico. “E ho anche la nuova 16. Sì , ho chiamato il ragazzo Adidas e gli ho chiesto di inviarmela..come se fosse ancora mia. Dal Boca mi hanno detto che avrei dovuto firmare qualcosa, per i diritti di immagine…ma non me ne frega niente, mi piace che la mia immagine sia vicina al Boca.”

– Hai visto la partita decisiva Boca-Ginnasia?

-Si. La potevo vedere, mio padre aveva comprato un, come si dice, una carta, un abbonamento, per vedermi quando stavo al Boca..vale a dire, avrei potuto vederla, ma mi sono addormentato. Era molto tardi, quasi le 3, le 4 del mattino in Italia e, in verità, ero sicuro che il River avrebbe vinto facilmente a Tucumán. La mattina dopo mi son svegliato, ho controllato le notizie, i risultati..e il Boca era diventato campione”.

– Che cosa hai fatto? Hai chiamato qualcuno, ti hanno chiamato?

“Parlo molto spesso con loro, con molti dei miei compagni. Ho inviato loro video, note audio, li ho caricati, gli ho detto che volevo i premi, i soldi, quelli promessi. Ho detto loro che era tutto merito mio, che loro non avevano fatto nulla per vincere il titolo … ahah. Ma a quei tempi non avevo l’umore giusto, qui in Italia i morti erano centinaia ogni giorno. La loro memoria richiedeva prudenza. Davvero, continuo a parlare con loro molto spesso. Gli voglio un mondo di bene perché mi hanno ricevuto in modo incredibile. Poi come in ogni spogliatoio ci sono i cinque o sei giocatori che uno sceglie, quelli che ti rimangono nel cuore. Voglio bene a tutti ma per questi cinque o sei, qualunque cosa mi chiedano, attraverserò l’Atlantico per aiutarli “.

– Chi sono?

“Tutti mi hanno emozionato. Ma con Franco Soldano, il mio compagno di stanza, parliamo ogni due o tre giorni; con Paolo Goltz, che è un fenomeno sia come giocatore che come uomo; anche il ‘Cali’ Izquierdoz, ho paura di dimenticare qualcuno.. Ogni tanto parlo con Junior Alonso, con ‘Wancho’, con ‘Ema’ Mas, con Buffa, con Campu (Campuzano). L’altro giorno era il compleanno di Iván Marcone e gli ho scritto un messaggio, ma Franco, “Cali” e Paolo Golz sono nel mio cuore. Mi hanno aiutato, ci siamo trovati facilmente, in una settimana già sentivo che li conoscevo da sempre “.

– Il livello di Tevez ti ha sorpreso nel 2020?

“Quando qualcuno dubita della tua grandezza, i campioni, quelli che sono il numero 1, salgono di livello e chiudono la bocca a tutti. Succede sempre e ovunque. E un fenomeno come lui è un altro esempio. Successivamente il modulo in cui la squadra ha giocato lo ha aiutato, l’allenatore Russo gli ha dato molta fiducia e ha trovato le condizioni fisiche ottimali, perché alla nostra età, se non sei al 100%, è molto più difficile. Il nome, la jerarquía non è tutto, non è sufficiente se i muscoli non ti rispondono. L’ha affrontata bene, ha avuto la testa giusta come diciamo qui, e ha fatto un’incredibile seconda parte di campionato. Ma non sono rimasto sorpreso, non stiamo parlando di uno sconosciuto o di nessun giocatore. Stiamo parlando di Tevez”.

– Ti sei mai pentito? Hai lasciato troppo precitosamente il Boca?

Sono tranquillo con la mia coscienza, ma molte volte mi sveglio e mi manca il Boca. Io e anche mia moglie Sarah; i bambini no, loro sono più felici qui, oltre al fatto che mio figlio Noah continua a cantare le canzoni di Boca e continua a parlare di Güenos Aires..perché lui dice Güenos Aires. Ma qui hanno i loro nonni, i loro amici, i loro cugini. È stata un’esperienza incredibile, molto breve, troppo breve per quello che volevo fare, ma molto intensa, molto forte. Non ero abituato a cambiare posto, figuriamoci Paese. E la prima volta che sono andato dall’altra parte del mondo dove nessuno mi conosceva. In Italia avevo circa 1.000 persone che mi dicevano ‘ma dove vai? L’Argentina è piena di criminali, ti uccidono lì per prendere un taxi di notte, è pericoloso …Ho scelto di andare e mi sentivo a mio agio ed ero felice. Ma mi mancava la mia figlia maggiore che aveva bisogno di me”.

– Sono mesi dopo che te ne sei andato, quella era l’unica ragione, non c’era nient’altro?

Me ne pento, me ne pento, ma è evidente che non mi conoscono molto bene: non dico bugie, non dico mai bugie perché non ho motivo di mentire. Io non mento. Immagina se devo mentire, in un paese che non è il mio. Non mi perdonerei mai per aver messo in mezzo mia figlia come motivo per nascondere una scusa. Nel novembre dello scorso anno ero già convinto e avevo preso la decisione: mia figlia mi mancava molto. Sono dovuto tornare a Roma”.

– Riquelme ha provato a convincerti?

“Sì, sì, ci ha provato, e anche Bermúdez e Cascini ci hanno provato. Sono stati tutti molto cari e per rispetto li ho ascoltati. Ma sono stato molto chiaro dal primo giorno in cui sono tornato (gennaio 2020 ndr), anche prima che mi prelevassero il sangue per le visite mediche. Ho detto: “Devo andare”. Mi hanno detto “Crediamo in te, crediamo nel tuo livello di gioco, non hai mostrato molto ma non eri nella tua forma fisica, se ci fai guadagnare 10 punti puoi fare un’ottima seconda parte del campionato”. Ho pensato anch’io la stessa cosa, ma la decisione era stata presa per un altro motivo. Nessuno poteva convincermi, né un genio come Riquelme, né mio padre né mio nonno. Nessuno. Ma lui è stato molto premuroso”.

– Ci sono persone che pensano che tu sia venuto solo in vacanza

“Sì, ma non me ne frega niente di quello che dice una persona che è dietro uno schermo. Se dico che amo il Boca sono un ‘venditore di fumo’; se spiego i motivi della mia decisione sono un ‘venditore di fumo’. In Argentina è così e qui in Italia è simile. Lì il ‘venditore di fumo’ è quello che promette senza mantenere’ ed è usato per definire tutti; per i giocatori di calcio, per i politici, per gli allenatori, i leader , per ogni stronzo della strada. Non mi interessa quello che hanno detto, tranne, tranne, un pò ‘sì, se lo dicono i calciatori o gli ex calciatori che sono in TV. Ma mi rendo conto che devono parlare in TV. Io non potrei mai fare qualcosa del genere. Né oggi né tra 50 anni, non parlerei male dei miei colleghi in TV. Posso dare un giudizio, ma non direi mai che qualcuno era in vacanza perché è una mancanza di rispetto nei confronti di qualcuno che ha facendo la mia stessa professione.. E comunque parlano senza conoscermi”.

– Cosa ne pensi dell’organizzazione calcistica argentina?

“Non riesco a capire i promedio. Non capisco perché debba esserci una media per passare in serie b. Sarebbe più semplice: l’ultimo e il penultimo, perde la categoria. Semplice. Non c’è bisogno di Einstein per definirlo. Questo non è normale. Di conseguenza, è vero che ho vissuto in un club molto organizzato, il più grande in Argentina, ma per esempio, andando a giocare a Banfield, nel quartiere dove si trova il campo, mi aspettavo il campo disastrato, spogliatoi di merda e ovunque vetri rotti, ma non è stato così. Ho trovato campi perfetti, persone rispettose, – il tifoso che mi insulta, e va bene, me gusta -, ma non ho trovato un calcio disorganizzato. È un calcio dignitoso . Magari ci sono altre cose che non vanno ma non me ne sono reso conto”.

– Ritornerai in Argentina?

“Tornerò come turista, anche per ringraziare le persone che mi hanno aiutato così tanto. E ho in testa l’idea di tornare come allenatore del Boca, SI o SI. Potrei essere l’ultimo della lista, ma la mia idea è quella. Se le cose fossero andate bene avevo già in mente con Nico (Burdisso) di iniziare la mia carriera di allenatore nelle giovanili del club. Fu prima che iniziassero i miei piccoli problemi familiari. Il giorno in cui ho firmato la rescissione del contratto ero negli uffici della Bombonera e improvvisamente ho alzato la testa e la Copa Libertadores era lì, in una vetrina. E mi sono detto: ‘Non ho potuto dimostrare quello che potevo lasciare da calciatore, non ho contribuito a nulla, ecco perché voglio tornare come allenatore, perché questa squadra è nel mio cuore’. I giri della vita non li sappiamo, ma il mio desiderio è quello di guidare il Boca. Ho già detto a Paolo Goltz che lo voglio come assistente di campo e dovrà prepararmi alcuni buoni Mates”.

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ARGENTINIMi è sempre piaciuto il modo in cui Riquelme ha giocato, era un genio del calcio mondiale. Un altro centrocampista che amavo era Redondo, era un poeta incredibile. E un altro era Verón, nella Lazio e all’Inter, allora ci incrociavamo sempre. Ero molto giovane e non mi fermavo mai, andavo a litigare con i vecchi, e penso che lui abbia ricordi di quel scassapalle che parlava, parlava… Ho parlato troppo in campo. Non avevo paura, avevo il coraggio dei giovani e litigavo con tutti.

Poi c’erano gli argentini dell’Inter. Verón, Kily González, Almeyda… io andavo e mi ‘buttavo’ in mezzo a tutti. Ma mi resi conto che Veron era di un altro livello. E passando alla nostra epoca c’è un giocatore che è all’altezza dei più grandi: Ángel Di Maria. Mi piace, mi è sempre piaciuto. E ha una bella faccia, sembra un bravo ragazzo. Lui e Agüero, sono tra quelli che giocano lo stesso calcio che ho giocato io, sono i migliori argentini di oggi. Non è abbastanza forte Messi? E allora già che ci siamo cancelliamo anche Maradona”.

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“Condividere il campo con Messi è stata una motivazione in più. Mi rendevo conto che i miei compagni di squadra prima della partita lo guardavano con occhi diversi, come di ammirazione … e anche a me è successo. Ho cercato di non mostrare i miei sentimenti né la mia debolezza nei confronti di un giocatore così eccezionale. Quando ricevi la palla da Messi ti dà un sapore diverso rispetto a quando te la passa un asino qualunque.

Messi si è abituato, negli ultimi 15 anni, a giocare contro gente che vive solo per dimostrare di poter condividere lo stesso campo. E per questo, anche lui deve avere una grande forza mentale. Per lui non c’è più niente da spiegare, le parole sono finite. Poi ci sono altri molto bravi, come Ronaldo, che può essere comparabile dai numeri, gol e trofei, ma per una questione di gusti mi piace Messi. L’unica fortuna che ha avuto è che ha giocato nella squadra più grande degli ultimi 30 anni, il Guardiola di Barcellona. Anche i suoi compagni, senza essere bravi come lui, erano degni di stare al suo fianco”.

– Hai notato in Argentina che Messi ne sta ancora discutendo qui?

“Se in Italia dici che in Argentina chiamano Messi ‘pecho frío’ (petto freddo-cadavere), qui ridono, non capiscono. Come puoi dire a Messi ‘pecho frío’ lui che ha due palle così grandi? Ci sono persone che hanno il coraggio di dire ‘pecho frío’ a Messi dietro un computer, e poi non hanno anche le palle per chiedere alla loro moglie di cambiare canale alla Tv. E lo chiamano petto freddo, lui che ha segnato oltre 1000 goal nella sua vita! Andiamo! Nessuno come lui è abituato a godere dell’amore delle persone e anche a sopportare critiche, spesso ingiuste. Ha perso due finali di Coppa America ai rigori, e io sono campione del mondo ai rigori … Guarda, lui è un petto freddo in Argentina e io sono un eroe insieme ai miei compagni di squadra per aver vinto i Mondiali del 2006… E qual è la differenza? 5 centimetri. Non può essere così, no mi rifiuto. Vorrei che tenessero presente che spesso è lui a portare tutto la squadra sulle spalle”.

Hai giocato con 16 argentini nella tua carriera nella Roma: Leandro Cufré, Walter Samuel, Gabriel Batistuta, Nicolás Burdisso, Guillermo Burdisso, Heinze, Gago, Lamela, Nicolás Spolli, Iturbe, Leandro Paredes, Diego Perotti, Ezequiel Ponce, Federico Fazio, Jonathan Silva e Javier Pastore.

“Potrei dire cose positive su ognuno. Ma quello che mi ha spezzato la testa è stato Bati. Quando sono entrato nello spogliatoio a Roma io ero un bambino e lui era già Batistuta. E si vedeva quella luce che emanava quando camminava nello spogliatoio. Era diverso. Anche se non parlava, ti accorgevi che era un calciatore e un uomo diverso dagli altri. Più tardi, ho iniziato a cambiarmi con lui ed è stato affascinante. È arrivato e ha iniziato a segnare e segnare gol fino allo scudetto dopo 20 anni. Mi allenavo con lui e volevo abbracciarlo, baciarlo, ma non potevo comportarmi come un tifoso “.

BURDISSOCon un altro argentino ho una relazione molto speciale: Burdisso. La vita ci ha uniti anche dall’altra parte del mondo, in un altro posto e in un altro ruolo. Mi ha aiutato in tutto. Quando l’ho incontrato fuori Roma, da dirigente mi sono reso conto che era anche più grande. É un gran amico, potente come giocatore, quello che qui chiamiamo “martilo”, martello, sempre concentrato, forse troppo concentrato sul calcio, rompendo sempre le scatole con ‘sto calcio, ma sempre molto professionale. Mi ha detto ‘Vieni al Boca, sarà un anno importante, ci saranno le elezioni’ E ho pensato ‘Ma che dice questo idiota, ma che mi importa delle elezioni se quello che voglio è giocare col Boca? ’ In Europa i giocatori non sanno nemmeno cosa siano le elezioni nei club, ma lì è diverso, ovviamente. Più tardi ho capito cosa significa in un club come il Boca avere elezioni “.

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PAREDES “La Seleccion argentina è un pò strana a causa della sua qualità, che non è seconda a nessuno. Ha più qualità di tutte, ma ha avuto distrazioni, problemi o solo sfortuna, e questo le ha impedito di vincere titoli. Penso che Leandro Paredes potrà guadagnare un posto fisso a centrocampo per molti altri anni. Perché ha gerarchia e molta personalità. Dovrà migliorare alcune cose, come tutti i calciatori di 25 anni. Ma ha già un livello più alto che ho avuto io in tutta la mia vita. Sono felice per lui, perché l’ho incontrato era molto giovane, era molto timido, si è infortunato e ho cercato di aiutarlo E non perché proveniva da Boca, no. Iturbe e Lamela venivano dal River e ho fatto lo stesso, non me ne frega niente da dove vengono, mi interessa solo che si comportino bene e siano rispettosi. E lo erano. “

– Cosa significa essere campioni del mondo? La Germania nel 2006 è stata molto speciale per te, tutto ti è successo: sei stato espulso, sei tornato in finale, hai segnato un rigore contro la Francia e avevi solo 22 anni.

“Avevo 22 anni e a quel tempo non ti rendevi pienamente conto di cosa significasse essere campione del mondo, per la tua carriera e per il tuo Paese. Torno in Italia e la gente mi saluta, mi dice cosa stava facendo mentre io ho calciavo il calcio di rigore in finale contro la Francia, persone che non dimenticheranno mai. Ragazzi di 15 anni che mi vedono e mi ringraziano e quasi non erano nemmeno nati. È indimenticabile. Nei caldi paesi latini, è lo stesso. Sicuramente i campioni argentini del ‘78 e ‘86 continuano ad essere onorati in ogni luogo in cui vanno. Io, ovunque andassi a giocare, davo la vita in campo, guadagnandomi i migliori insulti dai tifosi avversari, ma quando finiva la partita sapevo che mi rispettavano. E so che era per i Mondiali. A 22 anni ti ubriachi nel bus scoperto nei festeggiamenti, ma più tardi, nel corso degli anni, ti rendi conto di quanto significhi vincere una Coppa del Mondo per il tuo Paese”.

ALLENATORE Capello, Spalletti, Ranieri, Luis Enrique, Lippi, Donadoni, Prandelli e Conte. “Ho rubato i segreti da ognuno ma ho anche capito gli errori che non voglio ripetere. Sono stato fortunato, ma non significa che sarò un buon allenatore. Vedremo se riesco a trasmettere lo stesso. Penso di essere molto vicino a essere un allenatore. Certo, mi sento pronto, mi sento eccitato. Abbiamo incontri con il mio staff tecnico e anche se sono senza una squadra stiamo già lavorando insieme, sto guardando il calcio da un’altra parte parte, da dove non l’avevo mai visto. Non ho fretta, ma la possibilità mi entusiasma perché lo voglio davvero. “

– Ti sarebbe piaciuto essere diretto da un DT argentino? Menotti, Simeone, Bielsa? O Bianchi?

“Guarda, Bianchi ha significato molto nel Boca e lo metto in relazione con ciò di cui abbiamo parlato prima di Messi. Bianchi nel Boca è un dio e a Roma è un mezzo stupido. La gente lo considera mezzo stupido e questo è incredibile. È un allenatore che ha vinto tutto, ha vinto tutto in Sud America, ha vinto tutto nel mondo, ha vinto l’Intercontinentale tre volte, è stato campione del mondo con Vélez e due volte con Boca, quindi di cosa stiamo parlando? Bianchi può avere la stessa gerarchia di un Lippi o di un Capello, stiamo parlando di un fenomeno assoluto. Ma non ricordo molto del suo calcio a Boca, era molto giovane. Ora, guardando gli allenatori di oggi, ed essendo molto diversi l’uno dall’altro, i due migliori allenatori argentini sono Simeone e Gallardo. Hanno mentalità diverse, sono opposti, ma entrambi sono due fenomeni. Simeone ha già fatto vedere in Europa di essere un grande allenatore, Gallardo ha ancora tutto da dimostrare, ma il suo modo di essere e di allenare mi sembra molto europeo. Successivamente, metto in evidenza anche Pochettino e il più affascinante per me, Bielsa. Mi incuriosisce perché tutti i suoi giocatori ne parlano bene e perché le loro squadre giocano per attaccare, per divertirsi. Vorrei andare a Leeds per vedere i suoi allenamenti e parlare un po’ con lui. Mi piacerebbe imparare da lui.

– Qual è il primo ricordo che hai di Maradona?

“I miei primi ricordi sono collegati alle immagini del Napoli, e non sono mai stato un tifoso del Napoli, sono un tifoso della Roma da quando ero piccolo ma penso che il cuore di ogni tifoso non possa non amare un giocatore come lui. E poi i Mondiali, i Mondiali del 90, che vedo che Diego ricorda ogni giorno sul suo account Instagram. Quella Coppa del Mondo era speciale. Qui nelle strade si respirava aria di festa, avevamo una buona squadra, ricordo come i napoletani l’avevano sostenuto durante la partita nonostante Diego stesse giocando contro l’Italia e ricordo come lo fischiarono in finale a Roma. Quello era un film, e un bambino di 7 anni non lo può dimenticare”.

– Sei andato allo stadio in Italia ’90?

“No, non era facile trovare i biglietti. Ma l’ho vissuto per le strade, nelle case dei miei amici. E quella finale.. scusa, so che non piacerà in Argentina, ma ho tifato per la Germania perché c’era Rudi Voeller che all’epoca era un giocatore della Roma ed ero totalmente innamorato di lui, era il nostro simbolo, era il n. 9. Ero pazzo di lui, quindi ero molto contento di quel titolo tedesco”.

– E gli hanno dato un rigore che in Argentina si discute ancora

“Non mi ricordavo che riguardasse Voeller, ma è vero era stato controverso, con Diego che aveva accusato la FIFA. Ero un bambino, non avevo realizzato quelle cose ma il calcio di rigore lo calciò Bremhe che giocava all’Inter. E quella canzone indimenticabile di Gianna Nannini, che guardi, la ascoltavamo ogni giorno in Germania nel 2006. Dopo 16 anni, l’abbiamo trasformato nel nostro inno. E abbiamo vinto la Coppa del mondo”.


Nota a margine. E’ sempre bello quando uno come De Rossi dimostra la sua riconoscenza verso un club che l’ha arrichito molto a livello emotivo. Lui è ancora innamorato del Boca e dell’Argentina e lo rimarca ogni volta che può. D’altronde ha avuto il coraggio di andare controcorrente scegliendo il cuore mentre tutti gli davano del pazzo, dell’incosciente. E’ questo che ci piace di Daniele, indifferentemente che ami o no il Boca. A noi piace l’uomo De Rossi.


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