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Chi è Daniel Osvaldo? L’ha detto lui, un tempo fa: “Un sognatore”. Disordinato, come la sua canzone, come la sua carriera. Non ha mai saputo dove stesse andando né dove avesse intenzione di arrivare, al punto che non si è mai reso conto di quanto e quali talenti avesse, prima di accettare che la realtà finalmente glieli mettesse di fronte. Tra un bicchiere di whisky, che è solo un piacere di qualche sera, e un concerto di Bob Dylan, ci sono state la Juventus, l’Inter, il Boca Juniors, la Roma, il Porto, l’Atalanta, la Fiorentina e la lista potrebbe proseguire ancora e passare per la Nazionale italiana. Il 7 settembre 2012, per esempio, ha siglato in azzurro una doppietta alla Bulgaria, in occasione di una gara di qualificazione ai Europei del 2012.

Dani voleva solo giocare a calcio, ma ha finito per essere il secondo oriundo dopo 50 anni a siglare due reti per l’Italia, in una gara.
Il primo fu José Altafini. Dicono, non uno sconosciuto.
Circa vent’anni a capire dove volesse arrivare Osvaldo e cosa potesse essere capace di fare, con un po’ di rabbia per l’irresistibile talento messo a dura prova da un carattere mai domo. E alla fine, solo adesso, abbiamo saputo che non voleva nient’altro, se non tornare a casa, a Lanús. Una vita in giro per l’Europa solo con l’obiettivo di essere normale, sapendo fare quello che meglio gli riesce. Normale come “il panettiere all’angolo”.
Ma il calcio è una strega che ammalia, anzi Osvaldo direbbe che è una bolla e la sua l’ha bucata con il graffio del rock and roll. La sua via d’uscita, il suo permesso di fumare una sigaretta senza il peso di dover essere un esempio o il timore di star contribuendo a una qualche apocalisse.

“Il fútbol è una bolla che ti cattura perché è attraente, ma alla fine ti rendi conto che tutto è una bugia. La gente non vive in quel modo, vive in un’altra maniera. Io preferisco stare con la maggioranza che con la gente che abita la bolla. Lì dentro niente è reale, tutto è frivolo e abbondano le persone calcolatrici”.
Ha ragione lui, ma non sapeva che tre anni dopo gli sarebbe mancato. Forse non aveva capito il potere reale di una passione, che dura più a lungo di una canzone.
Per tre anni, ogni mattina, è passato davanti al centro sportivo del Banfield, che dista solo cuatro cuadras da casa sua, e avrà pensato tutte le volte al rumore delle scarpette, al grido del gol, all’adrenalina di uno stadio.
E poi, al sogno di un padre. Dani è un sognatore, ma il suo viejo non è stato da meno. Genetica, no?


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Non che non ne avesse più, ne aveva ancora quando Osvaldo il 13 maggio del 2016 decise che quella tra Boca Juniors e Nacional sarebbe stata la sua ultima partita da calciatore. Un quarto di finale di Copa Libertadores, terminato 1-1, lui con la 9 sulle spalle.
Caratteraccio, lo sa.
Fu un litigio con l’allora tecnico degli Xeneizes, Guillermo Barros Schelotto, a fargli prendere la più drastica delle decisioni. C’è troppa vita concentrata in due decadi di carriera per sopportarla. Non tutti riescono a entrare e uscire dal mondo del calcio senza restarne fregati, senza portarsi dietro la nube tossica di pressioni che la luce della gloria ben nasconde.
Aveva la Bombonera, ma Osvaldo ha preferito il Barrio Viejo, la sua band. Chiusi i canali social il giorno dopo l’addio al calcio: voleva solo il rumore della musica, quella sua. Nessun’intervista per lungo tempo per lasciare la libertà alla gente di seguirlo nei locali meno alla moda per il suo stile, il suo flow. Persino un altro nome: Dani Stone.
Una pietra, sulla porta del passato.

De Rossi e Osvaldo in Nazionale

“C’è un momento in cui hai tutto e non dai valore a niente”, disse a Infobae e ha usato qualche dose di Rolling Stones per trovare la sua chiave di sol. Difficile però concentrarsi quando ti affacci e vedi il Florencio Sola, lo stadio del Taladro, e tuo padre vorrebbe solo vederti calciare ancora per divertirti e realizzare un sogno: dire un giorno che suo figlio segnò un gol per il Banfield, la squadra del cuore.
Ha resitito, ma il richiamo è stato troppo forte.
“Maldito orden, no va conmigo. No me quieras ordenar, mi cabeza va a estallar” (maledetto ordine, non va d’accordo con me. Non cercare di ordinarmi, la mia testa scoppierà): sono questi alcuni versi di una delle sue hit musicali. Non cerca e non vuole dare spiegazioni Osvaldo. Chiama il Banfield, ci prova. Dani accetta: a trentaquattro anni, dopo tre e mezzo d’inattività, si rimette in gioco. Tre mesi più un altro anno, per giocare un po’. Col solo obiettivo di “non infortunarmi” e vedere che succede, gettando l’orizzonte un po’ più avanti.

Il clamoroso ritorno al fútbol di Dani col Banfield.
È il 03/01/2020

Osvaldo ha già preso parte al ritiro pre-campionato con il resto della squadra al Campo de Deportes di Luis Guillón. Un po’ stanco lo è, ma non troppo da non poter strizzare la maglia intrisa di sudore, ricordando il gesto che fu dell’inarrivabile Diego Maradona. Io ci sono, il suo modo per provarlo è questo.
Prima però si è concesso un ultimo atto. Il 28 dicembre al Makena Club ha suonato e cantato, è stata la voce sul campo del Talleres de Remedios de Escalada per un incontro benefico di fondi. Un brindisi di fine anno per cominciarne uno completamente nuovo.

Dove andrà questa volta? Chissà. Per ora è tornato a casa.

di Sabrina Uccello


calcioargentino.it

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