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Sergio Goycochea non doveva giocare. Doveva solo rimare tranquillo in panchina a tifare i compagni, nulla di più. E invece la storia del calcio l’ha trasformato in un icona nazionale, un supereroe della porta accanto.

La storia di Sergio Goycochea è sempre stata affascinante soprattutto per l’exploit inaspettato al mondiale di Italia ’90, dove con Maradona e Caniggia divenne amatissimo in patria. Ma per raccontare questo bisogna tornare indietro di due anni.

1988. Sergio capisce che per giocarsi qualche carta come secondo portiere nel Mundial deve per forza giocare, fare minuti. È quello il posto in ballo, il numero uno è occupato ancora da lui, Nery Pumpido, campione del mondo alla sua ultima avventura mondiale. Nery ha 33 anni ed è dalla sua ultima apparizione in Copa. E al River la storia non cambia, Sergio è sempre dietro a lui nelle gerarchie. Il passo più logico da fare è dunque prepararsi le valigie e trovare una squadra dove possa giocare con continuità. Il Millonarios de Bogotá prende la palla al balzo portandolo in Colombia. Già, Millonarios, l’apodo del River. Il destino inizia a mettersi in moto.

La scelta coraggiosa del Goyco dà i suoi frutti dato che le sue eccellenti prestazioni attirano l’attenzione del DT Bilardo. Tutto sembra andare per il meglio in Colombia ma c’è da fare i conti coi Narcos che in quegli anni spadroneggiano. D’altronde in quel periodo pochi possono permettersi il suo stipendio da big offerto da Gonzalo Rodrigo Gacha detto el Mexicano, boss narcotrafficante che ricicla i suoi enormi guadagni della cocaina nel fútbol. È praticamente il campionato tra cartelli della droga, un passatempo tra boss avidi di sempre più potere, con i nomi delle squadre che fungono solo da prestanome. Come quando quella volta che chiesero a Sergio di giocare una partita misteriosa in una residenza in montagna, in un campo privato di un enigmatico personaggio. Finita la partita come compenso del favore Sergio viene chiamato dal Señor che svuta letteralmente un sacco di soldi sopra al tavolo. “Non ho mai visto così tanti soldi messi assieme in tutta la mia vita” disse anni dopo.

Ma scoppia il bubbone. L’anno dopo nel 1989 un arbitro, Alvaro Ortega, reo di aver annullato giustamente un gol nella partita sbagliata viene freddato da un sicario con nove proiettili. La liga viene sospesa e Sergio si ritrova a non giocare fino alla convocazione nella spedizione italiana. La ‘prensa’ argentina storce un po’ la bocca per la sua presenza nella lista mundial. La migliore delle versioni racconta che sia stato fortunato a essere convocato, ma Bilardo non ci fa caso, ha altre cose a cui pensare, è alle prese con la bufera di altri ex campioni del mondo non chiamati che hanno fatto casino. Carlos conosce bene Goyco, apprezza le sue qualità di portiere oltre che al suo carattere pacifico, ma soprattutto ammira la sua grande professionalità, qualità non scontata essendo argentino.

La ruota di Sergio nel mundial inizia a girare magicamente il 13 giugno 1990, nella sfida quasi decisiva contro l’Unione Sovietica. L’Argentina al debutto aveva perso inaspettatamente contro i leoni d’Africa di Roger Milla, di conseguenza contro l’URSS ci si gioca la qualificazione. A Napoli dopo soli 11’ termina inaspettatamente la gloriosa carriera di Nery nella Selección. E’ vittima di un contrasto con il suo compagno Olarticoechea con il portiere argentino che esce in lacrime infortunato. La diagnosi sarà terribile: frattura scomposta di tibia e perone, verrà operato a Roma alla Clinica del sole (!). A Goyco invece il primo brivido sulla schiena gli arriva dopo neanche 5 minuti dal suo ingresso, ma Dios gli dà ..una mano. Su calcio d’angolo Maradona intercetta con la mano destra un pallone che sta per finire in rete. È lo sliding door dell’Argentina. Se la palla fosse entrata l’Albiceleste probabilmente sarebbe stata eliminata con Sergio che sarebbe rimasto un arquerito qualunque.

Ed invece no. Da lì inizia l’avventura del Goycochea di Italia ’90 che già contro il Brasile inizia a fare miracoli abbassando la saracinesca, contro la Yugoslavia para due rigori decisivi e contro l’Italia fa piangere una nazione intera. Ma chi è quello? Ci si domanda. È Goycochea. Chii? Mai sentito. Eppure diverrà simbolo amatissimo dal popolo argentino del mondiale italiano, un Schillaci in salsa argentina che farà il torneo più importante del mondo da assoluto protagonista. La sua qualità più grande è parare i rigori, riesce a ipnotizzare il tiratore riuscendo a entrare nella sua testa e rubare il transistor del tiro. È una molla che scatta nella direzione giusta 4 volte su 10 rigori dopo i 120’. Quasi la metà. Il suo carattere tranquillo lo aiuta nella concentrazione. Dal momento in cui il calciatore posiziona la palla sul dischetto inizia la radiografia del Goyco. Uno scanner capace di carpire i più intimi segreti registrando in continuazione i minimi particolari, dai passi di allontanamento alla rincorsa, dai linguaggio del corpo alla mimica facciale. Ci cadono nella trappola Brnović, Hadzibegić, Donadoni e Serena, quanto basta per portare quasi da solo la Selección in finale. Addirittura intuisce e tocca il controverso rigore di Brehme, ma il tedesco che ha il merito di calciare angolatissimo.

La sua stella rimarrà luminosa. Oltre all’aver vinto tutto al River (Campionato, Libertadores e Intercontinentale, 1986) vincerà in Paraguay due campionati con CerroPorteño e Olimpia (‘92 e ‘93), una una Confederation Cup (1991), Supercopa col Velez (1996) e due Copa America 91-93, ovvero l’ultimo trofeo vinto dalla Selección fino ai giorni nostri. Si ritirerà a 35 anni al Newells, con i ricordi e con un palmares da far invidia a chiunque.

Una volta gli hanno domandato: Qual’è stato il tuo momento più importante di Italia ‘90?

(e uno potrebbe pensare alle parate, al debutto, al Brasile, ai rigori, magari a quello decisivo parato ad Aldo Serena..)

“Il mio momento più importante è stato l’8 giugno, (Argentina-Camerún) quando è apparso alla televisione il mio nome tra i panchinari.”

Proprio come uno Schillaci qualunque.


calcioargentino.it

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