Il Cuore dei vinti

Il Cuore dei vinti

Novembre 12, 2019 Off Di Sabrina Uccello

I vincitori vincono tutti allo stesso modo, ogni sconfitto invece ha il suo modo di sentire il dolore. Gli aneddoti dei vincitori finiscono sempre per diventare equivalenti: tutti dimenticano ciò che c’era prima, e raggiungono il medesimo picco di felicità. All’unisono.

Gli sconfitti, invece, hanno una storia diversa: ognuno stava facendo qualcosa prima di perdere e, potendo, tornerebbe indietro per rendersi conto che si stava meglio o che cambiando un solo fattore, anche il risultato sarebbe stato diverso.

“Il Colón non mi dà da mangiare, però può arrivare a darmi l’allegria più grande della mia vita”. L’ha pensato, per esempio, uno dei vinti prima che la finale di Copa Sudamericana si disputasse sabato pomeriggio in Paraguay, nel Barrio Obrero di Asunción all’Estadio General Pablo Rojas.

In 114 anni di storia mai il Colón ha giocato e vinto una finale continentale, stessa bacheca vuota anche per gli ecuadoriani dell’Independiente del Valle. Il ballo delle debuttanti, ma solo una indossò alla fine la corona. C’è modo e modo di arrivare a giocarsi una finale, ma c’è solo una strategia per vincerla: essere i migliori.

Così mentre El Negriazul ha impiegato dieci anni per arrivarci, assoldando un tecnico spagnolo che non è mai stato calciatore, Miguel Ángel Ramírez Medina, e adottando la linea verde basata sul forma-vendi-compra giovani promettenti, il Colón ci è arrivato di scommessa. Ha trascurato il campionato, dedicandosi anima e corpo all’impresa che avrebbe finalmente visto inciso il proprio nome sulla Coppa dei grandi. La ilusión non è stata abbastanza né è bastato spendere i risparmi di una vita per un posto a sedere nella Nueva Olla o piuttosto pedalare da un paese all’altro sognando la prima stella sullo scudo rojo y negro.

Troppo piccoli i ragazzi di Santa Fe o troppo grandi quelli dell’Independiente. I rivali si sono imposti con un 3-1 sentenzioso, grazie alle reti di León, Enríquez e Dajomé. Oliver ha cercato di tenere accesa la luce della speranza con il gol della bandiera al minuto 89, ma a niente è servito.
Fiumi di lacrime hanno accompagnato il temporale, che aveva già in precedenza obbligato a interrompere la finale, conclusasi all’intervallo per il Colón.

La squadra di Pablo Lavallén non ha mai dimostrato nei due tempi di gioco di poterla vincere. Quando al 55′ la Pulga Rodríguez poi sbaglia dal dischetto, ti rendi conto che il cuore non vince sul calcio. Il capitano, che in campo era sceso anche a pochi giorni di distanza dalla morte del padre segnando e convincendo, è stato il primo a mancare. Non il temperamento dei giorni migliori, quasi come l’importanza dell’evento avesse suscitato l’incredibile paura di essere protagonisti e vincere. Una corsa al titolo non misurata né organizzata, ma vissuta con la sola spinta del tifo non basta.

L’Independiente dallo stile europeo l’ha dimostrato. E adesso al Colón tocca pagare anche il conto del promedio, in una stagione di calcio nazionale che già sta girando pagina verso la prossima. La finale unica non ti dà rivincita: se sbagli, non c’è una seconda possibilità. Il Colón si è lasciato dominare, cercando di mantenere la linea difensiva alta, tuttavia sulle fasce laterali Ortiz e Olivera sono stati spogliati di ogni autorità. El Sabalero raramente si è visto dalle parti di Pinos, che avrebbe potuto serenamente sorseggiare un mate offerto dagli spalti. Dopo un’ora di gioco e l’interruzione a causa della pioggia, quasi è parsa un’altra partita, con gli argentini che offensivamente si sono proposti con più coraggio.

Tuttavia, Estigarribia e Zuqui, ad esempio non si sono visti dalle parti di Asunción, e l’altura ha poi favorito chi vi è più abituato. Oltre 30.000 persone per un sogno sfumato.
Ci sono tanti modi di perdere, l’abbiamo detto. Il peggiore è farlo consapevole che la sola foga agonistica non basti, eppure non facendo nulla per cambiare la situazione.

L’Independiente ha vinto offrendo al Colón una lezione di calcio, ed esponendogli le motivazioni della sua supremazia a ogni tocco palla.
Inconsolabili hanno lasciato il campo i calciatori della Raza, giurando che il dolore più grande è la consapevolezza che qualcuno abbia venduto tutto per una gioia che non è mai arrivata.
Arriverà, prima o poi, ma non sarà lo stesso.

Perché la prima volta non si scorda mai. Chau, Cristóbal y disculpanos.

di Sabrina Uccello


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