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“Né di sinistra né di destra. Siamo quelli di giù che vanno contro quelli di su”, recita un cartello. Non è una guerra, perché mai lo è quando si lotta per la pace. Soltanto è la voce di chi ha detto ‘basta’, di chi ha nostalgia di quel pensiero troppo lontano da diventare un’utopia: tornare agli ampi viali dove cammina l’uomo libero.


Quella dell’America Latina è la storia di popoli che costruiscono un pezzo di modernità alla volta perché prima inibiti dall’influenza europea e statunitense, poi messi alle strette dai manipoli dei propri connazionali, saliti al potere. Il Venezuela ha dato inizio alla più recente stagione di rivolte, ma la scena oggi l’ha rubata il Cile. Un paese stanco delle disuguaglianze sociali, di un modello economico neo-liberale deludente e dittatoriale. Tasse su tutto persino sull’acqua, privatizzazione di aziende che dovrebbero offrire i servizi basilari, imposte eccessive sulla salute e sull’educazione, un sistema pensionistico che ti lascia per strada a meno che tu sia disposto a lavorare fino allo stremo delle forze e del tempo.


Se davvero l’Europa è la misura perfetta di ogni modello sociale ed economico, il Cile è il paese che più le si avvicina. Avanzato teconologicamente e stabile come pochi nella sua area geografica, eppure spaccato in più metà e retto da un equilibrio sottile che ormai è svanito. A far crollare il castello di bugie e sottomissioni che il governo di Piñera rappresenta è stato l’aumento del prezzo dei biglietti per i trasporti pubblici. Qualche spicciolo ha portato in Plaza Italia un milione di persone, per la manifestazione più unita e grandiosa di un popolo dai tempi di Pinochet. Le immagini della piazza gremita hanno fatto il giro del mondo e hanno risposto al classismo dilagante del paese al di là delle Ande.

Un evento destinato sfortunatamente a finire sui libri di storia per la sua rarità e il suo impressionante raduno. L’immagine di un Cile che non si lascia più prendere in giro dalle promesse di chi è al governo. Piñera è stato ormai sbugiardato e comincia a perdere anche l’appoggio della sua oligarchia sociale, che l’ha posizionato lì dove attualmente siede, e di quella parte di popolo che nell’imprenditore ha visto l’illusione della via d’uscita dall’ignoranza e dall’approssimazione della vita.


Ma non è così, non è stato così nemmeno questa volta. Il governo attuale ha soltanto trascinato con sé precedenti problemi, aggiungendone di nuovi attraverso tassazioni sempre più rigide e provvedimenti più retrogradi. Tuttavia esistono popoli che puoi aggirare, cambiare, sottomettere e popoli che invece hanno spostato il pollice e hanno visto la Luna, anche quando gliela nascondevi. I cileni sono spesso definiti i tedeschi del Sudamerica. Un pragmatismo spesso confuso con presunzione e freddezza, piuttosto è l’abitudine al dolore che t’indica gli strumenti per guardare sempre oltre con la mente, senza mai soffermarti sul momentaneo “contentino”.

In questo scenario complicato e indefinito che va avanti ormai da tre settimane e ancora lontano dalla quiete, esiste poi il calcio. La cosa più importante delle cose meno importanti, misura universale della gravità di una situazione. Se manca il calcio, se si ferma il pallone, allora davvero c’è qualcosa che non va.

I campionati nazionali e locali in Cile sono sospesi da ormai tre giornate consecutive e non si accennano date in cui sarà possibile tornare allo stadio. Spazzata via una delle poche distrazioni che restano, e forse spazzato via anche l’orgoglio di poter dire che la prima finale unica della storia della Copa Libertadores sarà disputata all’Estadio Nacional di Santiago.


Già, senza accenno a dubbi, in sede elettiva un anno fa la capitale cilena fu preferita a Montevideo e Lima, e scelta come il luogo giusto per la gara della manifestazione più importante del Continente. Il Cile aveva decisamente più risorse, capacità organizzative, qualcuno direbbe ‘civiltà’ per accogliere e gestire un match da picchi altissimi di rivalità, che straborda da sempre di difficoltà logistiche e di sicurezza. Lì all’Estadio Nacional sarebbe stato diverso, perché lì è inciso sugli spalti che “un popolo senza memoria è un popolo senza futuro”. Lo stadio di Santiago non avrebbe dovuto rivedere mai più le esecuzioni che si eseguirono sotto gli ordini di Pinochet, e da questo siamo molto lontani. Fortunatamente. Ma solo perché diversi sono i tempi.


La Ministra allo Sport, Cecilia Pérez, la settimana scorsa aveva chiuso evidentemente gli occhi sulla realtà, promettendo a River Plate e Flamengo la miglior gestione per la loro finale. Argentina e Brasile che si scontrano in Cile per una storia bellissima. Le due migliori espressioni calcistiche del continente: gli uomini del recordman Gallardo contro la corazzata Bruno Henrique-Gabigol-De Arrascaeta (per menzionarne tre) eppure sarà difficile vederlo accade. Trascorrono i giorni e diminuiscono le chance.

Al momento la decisione sul cambio sede è ferma esclusivamente per ragioni legali, tuttavia la CONMEBOL riunirà questo martedì a Luque i massimi rappresentanti delle federazioni argentina, brasiliana e cilena insieme ai presidenti di River Plate e Flamengo per mettere un punto all’incertezza. Asunción, capitale del Paraguay, sembra essere la città destinata ad accogliere la finale all’Estadio Defensores del Chaco, impianto di poco più di 42.000 posti, il quale generalmente ospita soltanto gli incontri della Nazionale o match di cartello di Olimpia, Club Guaraní e Cerro Porteño. Logisticamente sarebbe più facile “spostare” i 12.500 tifosi di River e Flamengo che hanno acquistato gli ingressi allo stadio e inoltre a La Olla, ossia Estadio General Pablo Rojas dove il Cerro Porteño disputa i match interni, si giocherà la finale di Copa Sudamericana il prossimo 9 di novembre, quindi la macchina organizzativa è già in atto e ciò avvantaggerebbe la messa a punto di una seconda finale.


Anche questa finale, come quella dello scorso anno tra Boca Juniors e River Plate si giocherà e avrà il suo vincitore, tuttavia come Marcelo Gallardo ha sottolineato in conferenza stampa la domanda e la preoccupazione principale di oggi è sapere se, quando e quale sarà invece il finale di questa sporca pagina della storia cilena.

di Sabrina Uccello


calcioargentino.it

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