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Terza e ultima parte della bellissima chiaccherata con Carlo. In questa puntata affronteremo tanti altri interessanti argomenti: scrittori, libri, Federico Buffa, Daniele Adani e quel pianto su Maradona.. Señoras y señores Carlo Pizzigoni.

Carlo, quali sono gli autori argentini che preferisci e che più ti hanno influenzato? E quali libri consiglieresti per una cultura per approcciare al meglio l’America Latina?

A mio parere, il libro per comprendere al meglio l’America latina rimane ancora ‘Le vene aperte dell’America Latina‘ di Eduardo Galeano. E’ certamente datato ma ci fa capire bene che cosa pensa il Subcontinente. Ed è la cosa più importante. Tanto è vero che in un incontro diplomatico di qualche tempo fa, Hugo Chavez -l’ex presidente del Venezuela, ora scomparso- lo regalò al presidente statunitense Barack Obama. Sebbene siano passati tanti anni dalla prima edizione è un libro che consiglio ancora per entrare in questo mondo e per comprendere meglio l’America latina, più che Argentina o Uruguay. Ancora adesso quando lo prendo in mano, mi emoziono.

Sui classici, ci intendiamo. Penso che molti abbiano letto Galeano, che a me commuove sempre. Altri avranno letto el negro Fontanarosa che fa ridere e pensare, altri ancora Osvaldo Soriano che ci mette quel tocco di malinconia, che è un po’ il mastice del Bandoneon. Però ci sono anche nuovi autori che secondo me vale la pena leggere, e ne dico due argentini. Potrei anche dirne tre, anche se l’altro è messicano ed è Juan Villoro. Se poi non riuscite a trovare libri o se non riuscite a leggere lo spagnolo, cercate qualcosa su Youtube, perchè in qualche modo le loro voci, secondo me, vi entrano dentro.

Il mio autore preferito è Eduardo Sacheri, colui che ha scritto il romanzo e ha aggiustato la sceneggiatura per José CampanellaIl segreto dei suoi occhi‘. Trovo che sia una persona che abbia compreso l’intimo della vita e dell’uomo e quindi evidentemente del calcio. L’altro è Hernan Casciari, autore del racconto Messi es un perro. Hernán racconta che dopo aver visto migliaia di gol di Messi, in maniera ossessiva, si accorge che gli occhi di Leo, concentratissimo sulla palla, assomigliano a quelli del suo cane Totín, quando gioca con la sua spugna gialla preferita. E quando vede Messi vede quello. Quegli occhi, quella passione, quelle emozioni, riuscendo a entrare in una dimensione diversa quando Leo tocca la palla. Sacheri è il mio preferito, nonostante sia tifoso Independiente e nonostante ne ‘Il segreto dei suoi occhi il violatore, lo stupratore sia ovviamente del Racing.

Penso che sia corretto, oggi come oggi, allargare lo sguardo verso i nuovi autori, perchè degli altri, che ripeto, vale sempre la pena leggere, certificano il cambiamento del mondo del calcio, sebbene rimangano sempre unici la passione e il territorio.

Consigli davvero preziosi. Ma cambiamo argomento, parlaci un po’ di Federico Buffa. Tu che sei a stretto contatto con lui essendo suo autore e collaboratore, cosa ci puoi raccontare dell’avvocato?

All’epoca, frequentavo i campi di gioco, leggevo e studiavo, si può dire da sempre. Ma se non ci fosse stato ‘Storie Mondiali’ probabilmente sarei ancora a fare altro. Sicuramente l’incontro con Federico Buffa è stato proficuo per entrambi e questo lo dice anche lui, però certamente, questo incontro a me ha cambiato la vita. Per questo motivo ti volevo raccontare l’aneddoto di come ci siamo conosciuti. Ho avuto con lui due incontri. Il primo è stato in un cinema di Milano vedendo un film di Takeshi Kitano. Io, appassionato di basket, all’epoca facevo le mie prime collaborazioni alla ‘Prealpina‘, occupandomi però di cronaca. Frequentavo ancora l’Università ed erano i primi anni che scrivevo.

Ero andato al cinema a vedere il ‘Sonatine‘, mi pare, e a un certo punto vedo entrare Federico Buffa dentro la sala, dieci secondi prima dell’inizio del film. Stavo lì con la mia fidanzata di allora ma poi passo tutto il tempo, più che a concentrarmi sul film, a pensare cosa dirgli nell’intervallo -perchè era parecchio tempo fa e c’erano ancora l’intervallo tra un tempo e l’altro-. Buffa lo avevo iniziato a conoscere per le sue telecronache sulla NCAA dato che ero appassionato di pallacanestro, avendo giocato anche per tanti anni. Alla fine del primo tempo mi alzo e vado a sedermi accanto a lui. Mi presento, iniziamo a parlare e ci ripromettiamo poi di risentirci.

Passa del tempo ma non capita mai l’occasione. Fino a quando, non so per quale lavoro mi chiedono: “Ma perchè non intervisti Buffa?“, dato che, in qualche modo l’avevo già approcciato e mi aveva lasciato il contatto. Avevo sì il numero, ma un po’ per il mio carattere, un po’ per il rispetto nei suoi confronti non l’avevo mai chiamato per disturbarlo; mi sembrava inappropriato parlare di pallacanestro con uno come lui. Alla fine gli telefono per l’intervista e cominciamo a parlare. Lui iniziava a essere conosciuto per l’NBA, però era anche molto appassionato di calcio e nelle sue telecronache lo si notava. A un certo punto, quasi sul finire dell’intervista esce l’argomento -non so neanche come sia venuto fuori- del Porto di Mourinho. E io illuminato gli dico: ” Si, ma il Porto di Mourinho ha un antenato e la crescita è avvenuta tramite Fernando Santos, il tecnico che prima di lui era a guida della squadra e ha avuto Deco per primo..” e cioè la chiave di quel Porto. Da lì, è cominciata un’altra chiaccherata come se avessi aperto qualcosa nella testa di Federico e siamo andati avanti a parlare di Portogallo, Fernando Santos, Mourinho, tutto questo a intervista finita.

Questa cosa l’ha talmente affascinato -anche perchè entrambi abbiamo una passione comune per il Portogallo- che ne rimaste colpito. “Eh, ma qui bisogna incontrarci, bisogna prendere un caffè, bisogna fare quattro chiacchiere” mi fa Buffa ..a me. Gli avevo fatto scattare la scintilla. Così, piano piano, nacque la prima collaborazione, che guarda caso riguardava Maradona, in una specie di racconto semiclandestino. Lui aveva fatto ‘Nba dei nostri padri’ e gli avevano chiesto un lavoro su Maradona ed era venuta fuori una cosa tipo “Diez, de cuero blanco‘. Fu il primo racconto di Federico prima dei successivi e prima di ‘Storie Mondiali’, la cosa più bella che ha fatto Sky negli ultimi 15 anni dal punto di vista sportivo. E fu per me una svolta e una cosa magnifica a livello umano e professionale, che sicuramente mi ha cambiato la vita.

E quindi inizia da lì, da quella telefonata, parlando di Fernando Santos. Incredibilmente dopo -poi la vita è sempre così- succede che Fernando Santos diventa Ct del Portogallo e porta il Portogallo a vincere l’Europeo in Francia, la prima e unica, finora, competizione internazionale. Quando accadde, con Federico ci scambiammo dei messaggi, ripensando a quella premonitrice conversazione al telefono.

C’è sempre il Portogallo. Anche quando mi impuntai per inserire all’interno delle storie dei campioni la figura di Cristiano Ronaldo, che inizialmente non era prevista. L’idea era quella di raccontare un giocatore come Ibrahimovic toccando anche il suo passato -cosa che piace moltissimo a Federico- e raccontando come fosse cresciuto umanamente e calcisticamente, combattendo i numerosi pregiudizi su di lui. A Federico affascinava molto questa storia di riscatto, ed era stata inserita nella serie, nonostante si trattasse di una storia abbastanza recente. E così Cristiano Ronaldo, per una serie di motivi, fu scartato e non se ne fece nulla.

Facemmo molti altri profili: Best, Puskas, Di Stefano ,Cruyff, la dinastia Maldini, il Grande Torino e tante altre. E dovevamo assolutamente attenerci al programma. Se non che, quando facemmo quella di Cruyff, Federico non stava bene perchè era influenzato e raffreddato, e pochi giorni dopo si doveva andare a Malmoe per preparare la puntata di Ibra. Così, all’improvviso me ne vengo fuori io e dico: “Secondo me possiamo ‘cambiare’ Ibra con l’alternativa di Cristiano Ronaldo”. E mi ricordo che lo decidemmo sostanzialmente in un hotel di Amsterdam. Da lì cominciammo a controllare freneticamente i voli per Madeira, buttando giù una lista di cose da fare. Insistetti molto e poi venne realizzata benissimo. Piacque tanto e fu molto particolare. Io la vissi appieno -anche fisicamente- quell’esperienza in quei giorni meravigliosi. Fu una storia molto bella, che si legava perfettamente, anche questa, al nostro primo incontro telefonico.

Io dico sempre che Federico è un talent scout. Lo è stato di basket, quasi come professione e lo è stato per la mia persona. Gli devo molto personalmente, perchè mi ha cambiato sostanzialmente la vita.

Ma io di Federico dico un’altra cosa. Tante volte si parla dello Storytelling, termine che io detesto e si dice che Federico abbia iniziato una sorta di modello dove tanti professionisti e ragazzi si debbano per forza ispirare. Io credo che la più grande qualità da copiare di Federico non sia quella che noi vediamo in tv, al teatro e cioè quel tipo di esposizione, sua naturale caratteristica. Ognuno dovrebbe portare agli altri se stesso e non una sua copia. Quello che veramente c’è da copiare su Buffa è lo studio e tutto quello che non si vede. E’ la sua meticolosità nella ricerca, il cercare di essere sempre preparato, trovare degli spunti anche extracalcistici, cosa che a lui piace raccontare. Vuol dire avere anche una cultura che è al di fuori del calcio, vuol dire crearsi una struttura che non è solo propriamente calcistica ma che è profonda e coinvolge tutta la scuola, gli studi, le letture. Quello che c’è da copiare da Federico è quello che non si vede.

Noi tutti adoriamo Federico e ti ringraziamo per questi gustosi aneddoti. Passiamo ora a Lele Adani, altro tuo grande amico e collaboratore. Ex calciatore, commentatore tv ed grande esteta del calcio, soprattutto per quello argentino. Cosa ci dici di lui?

Diciamo che Lele, come dice lui, è il fratello che mi ha dato la vita, per la forte vicinanza umana e professionale che abbiamo, per questa forte passione per il calcio e, mi verrebbe da aggiungere, anche per il Giusto. Il suo idolo incontrastato è Mohammed Alì e già questo dice molto di lui. L’ho conosciuto nel 2014 durante i mondiali in Brasile e da lì abbiamo iniziato a chiacchierare di calcio, ci lega molto questa passione intensa comune. All’epoca, mi ero accorto di lui da quando giocava nell’under 20, a seguito del mio interesse per le giovanili. Col passare del tempo ci ha avvicinato questa passione comune riguardante il Sudamerica, fare nottate per vedere le partite e l’amore totale per il futbol, una costante della nostra vita. Da quel momento in poi ci sentiamo più volte al giorno per parlare di calcio e anche di Vita.

Ho avuto la fortuna di crescere moltissimo a livello professionale grazie a lui perché Lele ha quell’occhio di grande critico che sa cogliere immediatamente situazioni e aspetti del gioco, che noi, non coglieremmo neanche alla centesima visione. Questa è una cosa che non dico io ma che sento dire a chi fa parte del calcio, ad allenatori di serie A, a dirigenti di serie A, di tutti i campionati, anche a livelli altissimi. Non mi va neanche di fare nomi che forse non sarebbe corretto. Tutto il mondo del calcio riconosce Lele come uno di loro ed è questo secondo me che fa la differenza nella critica calcistica, al di là della sua fortissima empatia con la gente, sua caratteristica umana.

Ho imparato molto da lui dal punto di vista professionale riguardante vari dettagli tattici e piano piano qualcosa l’ho aggiunto nel mio bagaglio. Nessuno probabilmente raggiungerà il suo livello. Da parte mia posso suggerirgli alcune letture storiche, dei miei lavori, dei miei studi, però la base dal punto di vista calcistico, del campo, è sempre sua. Lui poi ha una qualità naturale ed è la capacità di comunicazione. Inoltre ha delle illuminazioni giornalistiche, anche se il giornalista non l’ha mai fatto -se non forse in una vita precedente-, ma ha questa grande capacità di trovare spunti giornalistici che lascia tutti a bocca aperta. Mi ricordo durante le riunioni della nostra creatura del passato che è stata l’Europa League, assieme ad Anna Billò, vedevi che dal nulla uscivano questi spunti veramente originali. Ed è lì la vera differenza.

Quando vedi che lui parla con qualche tecnico di serie A, anche negli studi televisivi, ti accorgi che il tecnico ‘si spinge’ po’ di più. Senza far nomi, perché non sarebbe giusto, mi ricordo un allenatore di serie A che una volta mi ha detto: “Guarda, io a Lele so che posso dire un certo tipo di cose, che posso dare un po’ di più, che posso spingermi un po’ più in là, perché so che da parte sua recepisce esattamente quello che sto dicendo, so che il mio messaggio arriva integro e diretto”.

Il mio incontro con lui mi ha dato la possibilità di avvicinarmi al campo di gioco. Mi ha dato la possibilità di avere a che fare con uomini di calcio all’interno, arrichendomi e cercando di capire il calcio da un altro punto di vista. Poi per il resto faccio il giornalista. Guardo, lavoro, mi appunto e non mi fermo mai, vivendo di questo. Perché, come dico sempre a Lele, è come quando devi fare un esame e studi solo i due giorni precedenti. Ma se tu non hai studiato per tutto l’anno, non serve a niente. Ed è così. Se devi preparare una partita, come tante volte le prepariamo, abbiamo già un vissuto di conoscenze calcistiche, di condivisioni e aggiornamenti continui, non è che due giorni prima ci mettiamo a studiare lo Shakhtar, per dire. Sappiamo esattamente che cos’è stato lo Shakhtar, dico Shakhtar a caso naturalmente.

Così come del resto per ogni squadra italiana, internazionale. La cosa bella con Lele è questa sincronia nella passione per questo gioco e l’idea che la nostra vita sia segnata da questo percorso. Ti potrei dire mille altre cose di questo cammino professionale, come ad esempio la conversazione con De Rossi, ‘La noche del fútbol’, replicata due volte, nella quale era ospite Javier Zanetti. Al di là delle produzioni c’è questo continuo rapporto quotidiano di condivisione del calcio, ed è la cosa più bella che mi sia capitata. Su questo sicuramente, non ho dubbi.

E’ mancato Diego Armando Maradona più di una settimana fa. Enorme perdita per il calcio mondiale, probabilmente il più grande di tutti i tempi. Come ne sei venuto a conoscenza di questa drammatica notizia e quali sono state le tue reazioni immediate?

E’ andata così. Mi ha chiamato Lele in lacrime, piangendo, e ho capito subito quando mi ha detto Diego.. ha continuato a piangere e poco dopo abbiamo pianto tutti e due insieme. Così è andata.. Poi ho iniziato a guardare solamente i canali argentini, perchè.. hanno fatto tutto quello che si poteva fare e prendere da lì mi sembrava più interessante e serio. Con Adani abbiamo ricordato il Diego che piaceva a me, ribelle, sfrontato, che potendo essere Golia ha scelto di essere Davide. E poi la cosa che di lui mi ha sempre attirato in ogni tipo di battaglia: la coerenza e il rischiare mettendoci sempre la faccia. E tutto in prima persona. Secondo me Diego Armando Maradona è stato uno dei più grandi personaggi del Novecento, basta anche vedere le prime pagine dei giornali internazionali, basta vedere i notiziari di tutto il mondo, non dell’Argentina o del Sudamerica, non dell’Europa o di Napoli. Dal Bangladesh alla Papua Nuova Guinea, al Senegal, ovunque. Quello è stato Diego. Uomo che, francamente, circoscrivere all’ambito esclusivo del calcio è totalmente impossibile.

3 – Fine


Grazie Carlo per la bellissima confidenza e per le tue preziose parole, noi tutti di calcioargentino.it siamo davvero orgogliosi di aver potuto intervistare un grande amante del fútbol argentino come te!

Hasta pronto Carlitos y muchos exitos!


calcioargentino.it

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