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Arsenal, Colón, Central Cordoba e Barracas, tra le ultime di un elenco quasi infinto. Il director técnico Sergio Rondina ne ha viste di tutti i colori nella sua grande esperienza di allenatore, iniziata quasi vent’anni fa nei minuscoli club dell’Ascenso. Il suo primo credo è trasformare la rosa in un gruppo granitico verso l’obiettivo della salvezza, almeno secondo le sue scelte lavorative. Un motivatore, prima di tutto, ‘el Huevo’, che agisce sulla mente dei suoi giocatori per poi ‘plasmarli’ secondo le proprie convinzioni tattiche. Mai banale nelle sue dichiarazioni; cerca il massimo dalle sue squadre non guardando in faccia a nessuno, come è successo l’anno scorso con l’allontanamento, senza troppi fronzoli, in diretta televisiva della stella della squadra del Barracas, Ricardo Centurión.

Fosse solo la problematica dello spogliatoio, ora Rondina probabilmente allenerebbe in Europa. I problemi sono altri, a cominciare della crisi economica che mette in ginocchio la vita sociale del Paese, e di conseguenza, il movimento calcistico argentino. “Qui a Junín (Sarmiento) cerchiamo di mettere insieme una squadra competitiva, ma non è facile”, rivela Rondina ai microfoni di TyC Sports. “Volevo ingaggiare Alejandro Medina (a parametro zero, ex portiere dell’Arsenal) ma ho capito che non potevamo competere con il Municipal de Guatemala. Il Municipal de Guatemala, capisci?“.

L’aspetto difficile è che ogni giocatore che chiami non ti dice subito di no, ma aspetta l’opportunità giusta per emigrare. A causa dell’inflazione è molto difficile raggiungere un accordo economico. L’anno scorso chiamai un giocatore del San Lorenzo (Jalil Elias) e disse che ci avrebbe pensato. Ci siamo sentiti due giorni dopo e mi ha risposto che non sapeva se avrebbe avuto ancora l’opportunità di giocare in una squadra importante come il San Lorenzo. E guarda che il club non pagava gli stipendi da mesi, al contrario che da noi, eh!”.

E allora come si fa? “Dobbiamo lavorare prima di tutto sulle strutture di allenamento, che siano all’avanguardia, convincendo il giocatore che si tratta di una società ordinata e con solidi obiettivi. E poi c’è l’aspetto non trascurabile del tifo. È impossibile abbassare le pressioni e le aspettative dei tifosi. Il fútbol è diventato l’unica fonte di ‘salvezza’ per un popolo che è quotidianamente oppresso dalla crisi economica. I tifosi vanno allo stadio principalmente per non pensare ai problemi e bisogna solo sperare che la stagione vada bene, sennò… sono guai. Non sarà facile cambiare questa situazione. Coloro che devono abbassare la linea sono coloro che decidono, non gli allenatori o i giocatori. Devono essere più cauti, guardarsi intorno giorno per giorno e prendere le giuste decisioni. A cominciare dalla competitività dal campionato argentino. Ventotto squadre non le ha neanche la prima divisione del Guatemala”…

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