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E se il vero erede del D10s fosse l’arquero? Trent’anni, mal contati a scervellarsi continuando incessantemente a cercare l’erede di Diego. Certo i gol di Messi e Alvarez (su gentili concessioni di difesa e portiere australiani) hanno aperto lastrada per la qualificazione ai quarti, ma il Dibu ha fatto qualcosa che, se non vi avvicina alla parata del siglo, non ci va tanto distante.

Circostanze, palloni, episodi e parate, decisive. Perché quella di sabato contro l’Australia non è SOLO una parata; è il gesto di un campione, che non sempre ha saputo/creduto di esserlo. A rendere ancora più bella la sua impresa la presenza del piccolo Santiago, il primogenito, sugli spalti a seguire il papà per la prima volta. Status che ha raggiunto con pervicacia feroce e pazienza certosina.

Una storia meravigliosa, epitome, manifesto di quello che è la quintessenza del fulbo, il potrero. Da quando se n’è andato da Mar del Plata, dal suo General Urquiza ed è arrivato all’Independiente, dove sotto la sapiente di guida di Pepe Santoro a Dominico è cresciuto. E alla sua permanenza nel Rey de Copas deve l’attribuzione del suo apodo, Dibu.

Alto, un po’ goffo e con le lentiggini come il personaggio del disegnetto (Dibujito), che è la star di una serie TV chiamata “Mi familia es un Dibujo” in cui una famiglia ha un figlio immaginario che è un cartone animato. Pepe lo alleva da par suo, Pepe è stato l’arquero dell’Independiente divenuto “el rey de copas” negli anni 70, Pepe è storia del fulbo argento; e Pepe trasforma il Dibu da rospo a cigno.

E nel 2009 gioca in maniera eccellente, da titolare, il Sudamericano U17, in Cile, dove la Selección del Tata Brown arriva in finale con il Brasile di Alisson, Casemiro e Coutinho ma perde ai rigori. Al ritorno a casa gli dicono che l’Arsenal è intenzionato a ingaggiarlo, ma lui capisce che è quello de Sarandí e non i Gunners… Volato a Londra per il provino torna in terra argentina piuttosto disilluso, ma in realtà gli è chiarissimo cosa vuole fare da grande; esordire con l’Independiente e vincere con la squadra che l’ha allevato l’ha fatto diventare uomo.

Quando arriva a Mar del Plata, però, trova il padre in lacrime: è stato licenziato dal posto di lavoro, e ha dovuto vendere la macchina per saldare i debiti. La Volkswagen Golf che il padre Alberto (lavoratore portuale) e la madre Susana avevano comprato, spendendo tutti i propri risparmi, a volte anche con l’aiuto degli amici, per andare a trovare Emiliano, ad Avellaneda, ogni due settimane.

Ma qualche tempo dopo l’Independiente gli comunica che è propenso ad accettare l’offerta degli inglesi: lui ripensa alle lacrime del padre, e capisce che i suoi desideri non sono importanti quanto l’opportunità di aiutare la sua famiglia. E inizia l’avventura. Corre l’anno 2010.

Dieci anni di attesa, qualche sporadica apparizione nell’Arsenal, tanti prestiti (tra Inghilterra e Spagna), tante speranze infrante, il dubbio a volte di non essere all’altezza, ma mai un allenamento, anche extra mancato. Si allena incessantemente, anche durante il lock down del 2020. Racconta che la moglie gli chiedesse chi glielo facesse fare e lui le rispondeva che il suo momento sarebbe arrivato. In giardino ha una porta dalle dimensioni regolamentari e una macchina spara palloni. La signora caricava ed Emi si allenava. Certo, sopportare dieci anni di attesa comporta una tenuta mentale incrollabile e per questo Emiliano, saggiamente sceglie di farsi aiutare per superare anche le sue più remote paure; da David Presley psicologo di tutte le squadre maschili e femminili dell’Arsenal, che lo segue tutt’ora, anche al Villa, anche al mondiale.

Quando nel 2020 il tedesco Leno si infortuna gravemente, Emiliano ha finalmente la sua occasione: Arteta, di cui è stato anche compagno, lo lancia tra i titolari, più per disperazione che per reale convinzione. A fine stagione l’Arsenal batterà a Wembley il Chelsea in finale di FA Cup: sarà il primo trofeo vinto da protagonista, fatto che gli scatenerà una gioia quasi liberatoria, che in qualche modo gli riconsegna autostima, fiducia in se stesso.

Ora che è diventato protagonista arriva l’offerta dell’Aston Villa che lo paga 21 milioni di euro, il prezzo più alto mai pagato per un portiere argentino. Lui ricompensa la fiducia del club mantenendo l’arco en cero per quindici volte e poi fa esplodere il tifo Villans a suo favore quando, durante la sfida contro il Manchester Utd a Old Trafford e con i suoi in vantaggio 1-0, al novantesimo manda in tilt Bruno Fernandes (benchè in realtà il suo vero bersaglio sia Cristiano Ronaldo, che invita a tirare in luogo del suo connazionale) che sta per calciare il rigore del potenziale pareggio.

Provocando, straparlando, facendo trash talking nel più classico stile tanguero argentino, spingendosi anche oltre, puntando loro il dito contro, distraendo entrambi, coinvolgendoli nel duello. Sappiamo tutti come finirà… Ora gli manca la Selección… e manca la circostanza, l’episodio.

Come accaduto a Ubaldo Fillol nel 1978, Nery Pumpido nel 1986 (poi entrambi campioni del mondo) e al Goyco nel 1990 che tanto lontano dal titolo non è andato. Un tocco di cabala che non guasta mai.

Accade che a giugno 2021, quando il titolare Armani a due settimane dall’inizio della Copa America risulta positivo al Covid, Scaloni, che durante la sua trayectoria ha convocato fino a quel giorno dieci arqueros (Armani, Marchesín, Musso, Andrada, Ledesma, Gazzaniga, Rulli, Romero, Herrera), si guarda attorno come probabilmente fece il profe Bilardo nel 1990 e trova… il Dibu.

E la storia di Manchester si ripete, ma questa volta in Brasile. Nella semifinale contro la Colombia ai rigori, ‘manda ai matti’ Davinson Sanchez, Mina e Cardona e conduce i suoi alla finale, vittoriosa questa volta contro i brazuca. Il resto è storia, nel palmarés e attuale. Con tutta l’intenzione di scriverne ancora, un’altra, più grande e maestosa, nel segno del D10s. A cominciare da venerdì dall’Olanda, avversario storicamente molto pericoloso e spigoloso per la Selección.

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