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Godoy Cruz-Huracán, partita di Promocion 2007: yo estuve!

Dal fango nel freddo porteño al sole con venticello mendocino.

Spari.

Tragedie vinicole ed estasi calcistiche.

El turco y el tano.

Se c’è di mezzo Huracán cosa ti aspetti?

El Globo ha il nome della divinità Maya del vento, fuoco e tempesta… elementi che ci sono tutti in questa piccola storia. La partita di andata era stata giocata a Buenos Aires, nel grigiore invernale tipico porteño. Il fango in campo rende quasi indistinguibili i giocatori del Globo da quelli del Tomba! Il ritorno si sarebbe disputato a fine giugno a Mendoza, dove io mi trovavo da alcuni giorni perché volevo bere il famoso vino Malbec. Anni dopo, diventerà un vino molto amato dagli intenditori. Tuttavia, a quell’epoca, mentre mangiavo in uno dei vari mercados, non mi sembrava nulla di che.

Il giorno prima della partita, visitai una storica cantina mendocina. Miei compagni di degustazione erano: tre olandesi che parlavano solo inglese, quattro francesi che pur parlandolo spagnolo non si abbassavano a parlarlo e una coppia anziana di Asunción, Paraguay.

Alla fine della visita ero alquanto stordito, non a causa dell’acido vino (che il francese non esitò a definire “terrible”), ma perché feci da traduttore a tutti nelle loro rispettive lingue. Il mio cervello va in tilt quando deve tradurre in tre lingue! I due anziani di Asunción furono gli unici a divertirsi (la signora rideva fino alle lacrime quando il marito raccontava aneddoti non irresistibili), ma anche i soli ad apprezzare e comprare il Malbec.

Non un granché il Malbec.

Anche la partita Godoy Cruz-Huracán la valutavo così. Una partitella del torneo clausura 2007, con in palio la Promoción in Primera, che al Globo mancava da 4 anni. Nel fango, all’andata l’Huracán aveva vinto 2-0. Comprai il biglietto pur immaginando che la vuelta sarebbe stata una passeggiata. E in effetti, all’inizio è proprio una bellissima passeggiata. Mendoza è una deliziosa città a ridosso delle Ande, con un’aria europea, senza il caos di Buenos Aires.

Parque General San Martín, Mendoza

Tranquillamente cammino per strade alberate, in mezzo a tifosi di entrambe le tifoserie, verso il meraviglioso Parque General San Martín dove sorge lo stadio, ai piedi del Cerro de la Gloria. Il Godoy Cruz è nato dalla fusione con un altro club mendocino, il Deportivo Bodega AntonioTomba. “El bodeguero” è rimasto infatti come apodo e fa riferimento alle cantine vinicole…“oddio, il Malbec acido bevuto col francese antipatico” penso!

Lo stadio Malvinas Argentinas spinge il proprio plantel, ma Cristian Sánchez Prette e Mauro Milano portano sul 2-0 l’Huracán che attacca fin dall’inizio, sorprendendo el Tomba.

I 2 gol del Godoy riaprono la partita, ma Gordillo la chiude, portando el Globo all’estasi della Promoción. Il Godoy è come il Malbec: ne parlano tutti bene, ma delude un po’.

Troppo speculativo. Non fa la partita.

Passeggia per il campo, come io per la tranquilla e assolata Mendoza.

Nonostante ciò, siamo pur sempre in Argentina e qualcosa succede. 2° gol della squadra di casa e partita riaperta. Sfortunatamente, sei un Malbec, quindi non solo il lieto fine non c’è, ma c’è pure qualcuno che ti guasta il sapore in bocca. In questo caso, Gordillo con una gran punizione. Un tiro libre. Là si chiama così.

Mi piace questa espressione che noi usiamo solo per il basket. Sei libero, tu, caro attaccante, di tirare un calcio, il gesto più naturale del futbol. Noi questa cosa la chiamiamo punizione. Tu, difensore, sei stato cattivo e quindi meriti una sanzione. La nostra cultura catenacciara comincia dalle parole!

Guardo gli hinchas dell’Huracán, in estasi. Mi ha sempre affascinato il modo argentino di muovere le braccia quando si tifa. Il loro è un movimento “dentro-fuori”, ritmico, ipnotico. Il nostro è più uno scagliare all’esterno la mano. Gli hinchas prendono l’amore dal petto e lo lanciano in campo. I tifosi, i malati, buttano qualcosa in campo.

Amore e violenza si intrecciano spesso nel calcio. La camminata post-partita verso il centro città non è infatti tranquilla come la precedente. Ci sono scontri, interviene la polizia che sfodera fucili e manganelli. Li vedo scendere dai loro furgoni, con le loro divise verdognole. Sono circondato e il cervello mi va di nuovo in tilt, nemmeno stavolta per l’alcool (no, niente Malbec, solo qualche Quilmes sugli spalti). Ho paura, alzo le mani, grido codardamente “soy Tano!”, come se questo mi dovesse proteggere.

E penso a quei due anziani paraguayani, col loro Malbec imbevibile, ma che ora sono tranquilli da qualche parte.

Come vorrei essere con loro, sorseggiando il vino e ridendo di quel francese sgodevole. Invece sono in mezzo al fuoco della guerriglia, nella tempesta di sassi. Maledetto Huracán (la divinità Maya, non la squadra)!

Le villette tranquille ammirate poche ore prima coi tifosi dell’Huracán (la squadra, non la divinità Maya!), ora sono una trappola. Ho le spalle al muro, davanti a me inferociti policias a cui non frega nulla che io sia italiano.

A fianco ho una ragazza che piange, si abbraccia con la madre. Sono accovacciate e singhiozzano. Anche un’altra persona ha abbracciato e soprattutto ha pianto a causa di questa partita. El Turco.

L’allenatore dell’Huracán, Antonio Mohamed (in realtà è di origine libanese, ma nel Cono Surchi ha provenienza medio-orientale è definito Turco), a fine partita versa lacrime, nascosto da un curioso cappello.

El Turco Mohamed

Sugli spalti fin dall’inizio i tifosi del Globo lo inneggiavano: “De la mano de Turco vamos avolver, a La Boca, a Boedo y a Liniers”. Dopo una partita gagliarda, ora possono davvero festeggiare la promozione. Lagrimas di gioia, pertanto. Estasi.

El Turco, ex calciatore dell’Huracán, riporta meritatamente el Globo in Primera. Ma anche tragedia. Perché solo un anno prima, durante i Mondiali in Germania., il figlio del Turco era morto in un incidente stradale, a soli 9 anni.

El Turco piange, perché ha vinto, ma soprattutto perché ha perso. Come lo capisco…Un tango dice:“Te juro que yo no puedo olvidarte un solo instante que tu sombra me persigue con macabra obstinación”.

El Tano scavalca, cade nel giardino di una bella casa liberty, attraversa tutto il prato e fugge nella strada deserta, mettendosi alle spalle il Godoy.“Que obsesion el futbol”, penso oggi (all’epoca, volevo solo scappare il più lontano possibile!). E quando ascolto Obsesión, interpretata da Juan Carlos Godoy, ancor oggi, riecheggiano nelle mie orecchie quelle lacrime del Turco, gli spari, le grida degli hinchas e quel bambino perduto.

che “te juro que yo no puedo olvidarte”

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