22 anni, 2 mesi, e 2 giorni, 8.098 giorni è durato il giro in giostra più bello del mondo. Lionel Messi ha salutato l’Albiceleste e ha messo fine a una storia meravigliosa, separata in due decenni molto diversi tra loro ma contraddistinti sempre dallo stesso obiettivo: dare tutto i per i colori albicelestes. Titoloni, lacrime, magone per l’addio per il giocatore più destabilizzante della storia del futbol mondiale, anche se, bisogna ricordare che solo negli ultimi anni Lio è diventato per la stampa argentina eroe assoluto che tutti conosciamo. Ripercorriamo dunque la ‘parte oscura’ della lunga storia di Lio con la camiseta más linda del mondo, che tutti hanno dimenticato.

Maledizione finali. Il rapporto tra Lionel Messi e l’Argentina è una ferita aperta dal 2014 al 2021. Nonostante una bacheca stracolma di trofei con il Barcellona, ogni volta che la Pulce torna in Argentina e indossa la maglia dell’Albiceleste sembra sprofondare in un tunnel di pressioni insostenibili. La comparazione con Maradona e il contrasto del Messi vincitore in Spagna e di quello ancora non vincente argentino ha vissuto una destabilizzazione sempre crescente. Al punto che il piccolo Thiago ogni volta che Leo faceva le valige gli chiedeva: «Papà, perché qui (a Barcellona) ti amano mentre in Argentina ti odiano?». E anno dopo anno sempre più. Esplodendo dapprima nel mondiale 2014 in Brasile perso in finale con la Germania, continuando con la finale di Copa America 2015 persa ai rigori col Cile e terminando con la nuova finale di Copa America, l’anno dopo in occasione del centenario della competizione, persa nuovamente ai rigori contro il Cile.
Una maledizione, culminata con l’ira del giornalismo argentino, che si scagliava senza troppi fronzoli con Messi, accusandolo di non avere lo stesso spirito vincente di Barcellona. “Cammina in campo”, “Non fa la differenza quando serve”, i commenti più frequenti. «’Messi no fue Maradona’» o «’Le faltó la gloria’» , in riferimento al titolo mondiale 2014, mettendo in discussione l’apporto di Messi alla nazionale. E l’anno dopo, con la nuova delusione in Copa America, il Diario Olé – ovvero la nostra Gazzetta dello Sport -, scriveva: “Senza la fascia da capitano a Messi sarebbe meglio. La squadra non ha giocato con il cuore e il miglior giocatore del mondo non ci ha rappresentato nei momenti chiave”, definendo Lio come un ‘catalano cresciuto in Spagna’. Non da meno il titolone del Clarin ‘Otra frustración‘, sottolineando, che mentre il Barcellona avesse un Messi dominante, l’Argentina doveva accontentarsi della versione “spenta” del suo campione.

Il momento più doloroso inevitabilmente si consuma nel 2016 quando l’Argentina perde l’ennesima finale col Cile, tra l’altro, acerrimo rivale calcistico, più anche di Brasile e Uruguay. E’ il dramma. Il tunnel senza uscita. Messi sbaglia il rigore decisivo e, scosso dalle lacrime, annuncia a fine gara un prematuro ritiro dalla nazionale: «La Seleccion è finita per me. Ho già fatto tutto quello che potevo. Fa male non essere campione».
La stampa si frattura. C’è chi lo invoca di ripesarci (‘El drama de Messi’ – Cronica, o ‘El final más triste’ del Clarin); e chi ci mette il carico da dieci, come altri che lo definiscono ‘pecho frío (letteralmente “petto freddo”, cadavere), accusandolo di non cantare l’inno e di spegnersi nei momenti decisivi con la nazionale, a differenza di quanto fa a Barcellona. È di fatto un perdente nato con la camiseta argentina, che non ha nulla a che fare col suo maestro Maradona.

E c’è anche Leonardo Farinella, direttore del prestigioso Diario Olè, che lo affossa così nel suo editoriale:
‘Finiamola. Il miglior giocatore del mondo non ci rappresenta nei momenti importanti. La sua performance è oltraggiosa. Ci sono momenti in cui si può giocare bene, altre no. Non si può camminare e camminare essendo fuori dal gioco mentre i compagni danno tutto. Ci è mancato Messi. Le decisioni, in tutti i settori, si eseguono da uomini. E ci sono uomini che sono all’altezza nelle finali, nei momenti importanti, e altri che non lo sono. È di una crudeltà impensata questo finale, questo finale. Karma, maledizione, stigma, usate la parola che volete. Ma quando il tuo miglior giocatore, il migliore del mondo, guarda in basso e vuole essere inghiottito dalla terra, si nasconde in quella metropolitana che lo porta da qualche parte lontana, scende in una stazione senza nome e rimane a guardare e c’è ancora il treno che passa e se ne va… Ed è il treno di una finale è passato di nuovo”‘.
Leo ha 29 anni e sembra già tutto finito, tutto già compiuto con la maglia dell’Argentina Ma in questo drammatico momento avviene qualcosa di magico. I social media e il popolo argentino lo riempirono di messaggi di sostegno. Gli chiedono di ritornare a indossare di nuovo la maglia della nazionale argentina; di ripensarci perchè può fare ancora la differenza. E così l’addio dura appena un paio di mesi. Sotto la pressione di un intero Paese, che si rende conto di avere ancora il miglior giocatore del mondo, e incoraggiato dal neo Dt Edgardo Bauza, Messi torna sulle sue decisioni nell’agosto 2016. Il rientro è un atto d’amore e di dovere, anche perchè, senza di lui, l’Argentina rischia seriamente di non qualificarsi per i Mondiali 2018 in Russia. Ed è proprio una sua tripletta memorabile contro l’Ecuador a Quito, nell’ultima giornata delle qualificazioni, a strappare l’agognato pass per la Russia 2018 e ridonare un piccolo periodo di tranquillità ad Argentina e a Leo. Ma sotto la guida tecnica caotica ed emotiva di Jorge Sampaoli il Mondiale del 2018 si trasforma rapidamente in un altro incubo. L’Argentina appare come una squadra priva di identità e commette soliti errori: rigore sbagliato di Messi contro l’Islanda, il disastro contro la Croazia (0-3), che fa emergere spaccature interne tra gruppo squadra e staff tecnico, che si mostra non all’altezza della situazione nel gestire la complessa realtà della Selección. Arriva l’illusione contro la Nigeria, con un un gol magistrale proprio di Messi che qualifica a fatica l’Argentina agli ottavi, prima, della resa finale contro la Francia (3-4). Campagna mondiale già finita. Nessuno si salva. Ma Messi in qualche modo viene preservato dalle critiche, mentre emergono evidenti colpe tecniche di Sampaoli – chiamato da molti ‘impresentable’ -, rispetto ai giocatori in campo. Per tutti Sampaoli è assolutamente inadatto a guidare personalità nello spogliatoio di quel calibro. Perchè oltre a Messi ci sono giocatori dello spessore di Aguero, Mascherano, Biglia, Higuain, Di Maria ecc. Alla fine Messi ingoia un nuovo rospo e deve abbandonare una volta in più il sogno di vincere un mondiale.

Se il 2018 è il punto più basso dal punto di vista tattico della squadra, la Copa América 2019 rappresenta la svolta caratteriale di Messi e compagni. Con l’acqua alla gola, il presidente Tapia deve giocare al risparmio, date la casse vuote della Federazione dopo essersi svenato nell’esonerare l’inadatto Sampaoli, e affida la panchina ad interim al giovane Lionel Scaloni, allenatore federale delle giovanili. Ed è qui che l’AFA pesca il jolly. Una scelta, nata non per scelta, ma per necessità, che l’Argentina ringrazierà per gli anni a venire. Scaloni viene criticato fin da subito perchè è …l’argentino meno argentino degli argentini. Riservato, ragionante, calmo, tranquillo, con la virtù di allenare con la grande umanità – che si ritrova in dote -, uomini, prima che giocatori. Inizia a ‘flirtare’ con Leo trattandolo da ‘persona’ prima del ‘fenomeno’ qual’è. Lo tranquilizza, lo scarica da pressioni, lasciandolo ‘riposare’ nelle prime uscite della Nazionale. Il primo obiettivo di Scaloni è apparire credibile con la sua squadra, con una nazionale che abbia una identità definita, propria, anche senza Messi. L’apporto del diez dovrà essere la ciliegina sulla torta, non l’unica alternativa di gioco e di vittoria. Con queste premesse e queste promesse, Messi ritorna in Albiceleste, giocando una buona Copa America 2019 in Brasile, ma venendo però eliminato proprio dalla Selecao dopo enormi polemiche arbitrali.
E qui scatta il Messi mai visto. Quello che non abbassa lo sguardo e che non le manda a dire. Contro la CONMEBOL denuncia la ‘corruzione‘ all’interno della confederazione che favorisce il Brasile, padrone di casa, e rifiuta di ritirare la medaglia di bronzo nella finalina vinta col Cile. E’ un Messi diverso, non più l’introverso campione accusato di “non cantare l’inno”, ma un capitano mai visto finora: battagliero e protettivo verso un gruppo giovane, che lo riconosce e lo accetta come capitano. Critiche della stampa anche contro Scaloni, di che qualcuno lo considera inadatto per il ruolo prestigioso. Ma l’AFA va avanti. Facendo di necessità, virtù, non potendo permettersi un altro cambio tecnico. E il tempo darà ragione ad AFA, Scaloni e Messi. Si crea un blocco granitico nello spogliatoio, anche grazie ai fedelissimi De Paul e Di Maria, oltre ai giovani Enzo Fernandez e Julian Alvarez. Per non parlare del Dibu Martinez in porta che riscopre una seconda giovinezza. Tutti overperformano quando si vestono della camiseta argentina e questo non era mai successo prima d’ora, nonostante nomi altisonanti come i tantissimi giocatori del passato che hanno indossato l’albiceleste, ma che non sono mai riusciti a rivestirsi di gloria. Da qui in avanti si scriverà la STORIA. Inizia la campagna vincente di un gruppo mai così unito verso la conquista di Copa America 2019, Finalissima 2021, Mondiale 2022 e Copa America 2024, sfatando così la maledizione che vedeva l’Argentina non vincere un trofeo dal lontano 1993. Messi diventerà l’eroe argentino che tutti noi conosciamo. Il campione indiscusso, anche più vincente di Maradona. Il calciatore più forte nella storia del futbol argentino e forse anche in quello mondiale. Una fioritura, un cambiamento radicale che taccerà i maggiori detrattori di Leo, che a loro volta dovranno ritrattare le cattiverie scritte in passato, facendo mea culpa, anche pubblicamente in certi casi. Messi esce dal suo incubo trascinando a sé l’Argentina, che festeggerà in strada in circa cinque milioni di persone il tanto sospirato titulo mondiale, la vetta più alta della sua apoteosi. L’Argentina troverà la propria identità grazie a nuovo gruppo affiatato condotto alla perfezione da Scaloni, che da adesso in poi, dovrà continuare il suo percorso senza la sua stella più luminosa. Ma questa, è un’altra storia. E forse un’altra sfida.
