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Boca, mi corazón – viaggio in vent’anni di passione per il club più amato in Argentina. Parte 3

El fútbol uruguayo non è né europeo né sudamericano. È un distopico misto tra i due, tra le tradizioni anglosassone e rioplatense dei club di quartiere e le telecamere a bordocampo per garantire i diritti TV della Primera División Profesional. Il tutto in un’atmosfera di domenica di provincia. Montevideo Wanderers contro Danubio, squadra d’esordio di Luisito Suárez, è già iniziata, la sta ascoltando alla radio l’autista dell’autobus che mi scarica ai piedi della collina dove si trova il Parque Alfredo Victor Viera. Arrivato allo stadio non sento i cori tanto alti quanto mi aspettassi. Mostro il biglietto da quattro euro, il prezzo di due empanadas dentro lo stesso impianto, e stupidamente chiedo dove debba sedermi. ‘Dove vuoi’, mi rispondono, inteso all’interno di tutto lo stadio. L’atmosfera è idillica, l’opposto della tensione elettrica della Bombonera. Sulle panche-tribune siedono anziani e scorrazzano bambini, tutti sorseggiando mate scanditi dal rumore dei calci al pallone e dalle indicazioni dei capitani. Un tiro a centimetri dalla traversa scavalca la curva, e sono i bambini a correre per recuperare il pallone. Dietro la porta regolamentare in un impianto che non lo sarebbe in Serie C, telecamere HD riprendono le azioni che rivedrò in TV aspettando il ferry che mi riporta a Buenos Aires. In Uruguay è una domenica di pace e fútbol.

Anche passeggiando per Buenos Aires è possibile trovare scorci della vita dei club di quartiere. Nel mio tour degli stadi della capitale, che ne ha più di ogni altra città al mondo, dopo il rinnovato Más Monumental passo per il Coliseo del Bajo Belgrano e la cancha de Atlanta. Accanto a questi due vecchi impianti all’inglese ci sono le sedi sociali dei club, dentro cui si vedono le stesse scene. Nonni che bevono birra e mangiano fugazeta nel ristorante sotto le maglie leggendarie del club, mamme che vanno prendere i figli ai corsi di nuoto e calcetto. Prima di squadre leggendarie conosciute in tutto il continente, i club argentini sono centri di identità, socialità e crescita, che accompagnano gli abitanti del quartiere per tutta la loro vita. E anche oltre. A La Paternal entro nel lato lungo del Diego Armando Maradona nel ‘sanctuario’ a lui dedicato. È una mattina infrasettimanale, sto lì una ventina di minuti e la cripta non è mai vuota. In una giornata di sole mi spingo al cimitero della Chacarita per rendere omaggio a Gustavo Cerati, e su diverse tombe noto delle figure colorate spiccare tra le foto in bianco e nero. Sono gli stemmi dei club di appartenenza. Molti sono azul y amarillos.

E sono proprio identità e appartenenza a trascinare ogni finde decine di migliaia di persone per le strade de la Boca. Dopo un altro pareggio nell’interior, contro l’Instituto il Boca Juniors ha davvero bisogno di vincere. Ormai la strada sento di conoscerla. Questa volta sono seduto dalla parte opposta della Bombonera, sempre con un’ottima vista sulla Doce. Ma prima del fischio d’inizio nell’aria c’è un’atmosfera diversa. Il Boca è appena stato sorteggiato nel suo girone di Libertadores, con la prima partita a pochi giorni di distanza. Questa volta il suo popolo vuole incoraggiare, non rigirare il dito nella costante piaga della vittoria. Il repertorio dei cori si diversifica, fino all’ingresso delle squadre in campo, quando l’intero stadio esplode in un unico grido coordinato: “Quiero la Libertadores, y una gallina matar”.

La qualità del basco Ander Herrera sostituisce l’infortunato Ascacíbar a centrocampo. La partita è meno nervosa della precedente, i passaggi più sciolti, i tackle non meno ruvidi. Il 10 dei cordobesi esce in barella. Paredes, da fermo a metà campo, alza con l’esterno una pennellata con il contagiri che la Bestia spara al volo in curva. Nella conferenza prima del match successivo del (suo) Boca contro il suo Talleres, l’allenatore Carlitos Tevez dirà che quel passaggio “non è normale”. Trascinati dalle vibrazioni positive, i ragazzi del criticatissimo ‘Sifón’ Úbeda dopo tante occasioni create e subite trovano il vantaggio, con il primo golazo in maglia Boca del pibeTomás Aranda, di anni diciotto. Raddoppia un Bareiro in stato di grazia e la serata diventa una festa descontrolada. Sotto di me un signore che avrà pagato centinaia di euro di abbonamento annuale per cantare a squarciagola per due ore a settimana agita al vento una stampella. La barra si esibisce in canti a me sconosciuti, tutto lo stadio segue, i decibel aumentano fino al climax de “La Copa Libertadores es mi obsesion”. E poi, immancabilmente, gli insulti verso l’altra ossessione, il River Plate. In due partite alla Bombonera questo ho imparato del mondo Boca. Comanda il movimento popolare. Idoli a parte, i giocatori passano, allenatori e presidenti si criticano, i nervi della Doce dettano e mutano l’atmosfera di un intero quartiere per intere settimane nel giro di pochi minuti. Dopo la vittoria 2-0, all’uscita e per le strade è una festa continua, con canti e urla fino agli angoli bui di San Telmo.

Prima di lasciare la Bombonera passo degli istanti con lo sguardo fisso sul lontano palco presidencial. Per la prima volta riesco distintamente ad intravederlo, una figura in maglietta nera che rigira il suo mate, mudo, compiacendosi del risultato senza sbilanciarsi in nessun sorriso.Juan Román Riquelme, il motivo per cui sono in Argentina e la persona dietro molte mie scelte di vita. L’uomo che 26 anni fa, con in testa lo scaldacollo a strisce che ho visto nel Museo de la pasión boquense, ha prima sollevato l’ennesima Libertadores del Boca, dando vita all’obsesion di milioni di xeneizes nel mondo, poi umiliato a caños y gambetas i Galacticos. Se n’è andato, è tornato, ha vinto ancora e continua a guidare la sua squadra del cuore verso la gloria eterna. Nel mezzo di questi momenti storici, con grande umanità e gentilezza è sceso di nuovo nella hall di Avenida Alem con un gagliardetto del Club Atlético Boca Juniors, un pennarello indelebile, e ha chiesto a mio padre: “Como se llama tu hijo?”.

3 – Fin

Mario Parolari

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