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Si ricorda oggi il 50° anniversario del Golpe di Stato della Junta Militar guidata da Videla, il periodo storico forse più oscuro della storia argentina. Dopo un periodo di attentati e guerriglie tra fazioni di sinistra e destra e una inflazione che toccava il 300% il 24 marzo 1976 le Forze Armate rovesciarono il Governo di Isabela Perón e presero possesso degli apparati dello Stato.

“Si comunica alla popolazione che, a partire dalla data odierna, il Paese si trova sotto il controllo operativo della Giunta dei Comandanti Generali delle Forze Armate. Si raccomanda a tutti gli abitanti il rigoroso rispetto delle disposizioni e direttive emanate dall’autorità militare, di sicurezza o di polizia, e si consiglia di evitare schiamazzi o gruppi che possano obbligare l’intervento del personale militare.

Si comunica inoltre che è stata disposta la sospensione di tutte le attività politiche e sindacali, nonché il divieto di scioperi e interruzioni del lavoro”.

La nazione intera deve comprendere che questa decisione risponde al solo scopo di porre fine al disordine, alla corruzione e al vuoto di potere che hanno portato il Paese sull’orlo della disgregazione. Le Forze Armate assumono la guida dello Stato per garantire l’ordine, il lavoro e la dignità degli argentini.”

Videla sosteneva che i militari non avessero “cacciato” il governo, ma occupato un posto lasciato vuoto dall’inefficienza di Isabel Perón. Da qui il nome ufficiale della dittatura, Proceso de Reorganización Nacional. L’obiettivo dichiarato era “curare” la società argentina dai suoi “mali” (corruzione e sovversione dei gruppi terroristici di sinistra). Videla giustificò la violenza definendola una “guerra contro un nemico apolide” (la guerriglia di sinistra), sostenendo che le Forze Armate stessero difendendo i valori cristiani e occidentali.

La realtà era molto più oscura e crudele. Avendo imparato negli anni precedenti all’avvento del potere che l’omicidio era l’atto più visibilmente condannabile da parte dell’opinione pubblica, il regime di Videla optò per la ‘sparizione forzata’. Invece di arrestare e processare i sospettati, le squadre della morte (i grupos de tareas) rapivano le persone nelle loro case o per strada.

L’obiettivo era che la vittima “cessasse di esistere” legalmente. Non c’era un corpo, non un funerale che potesse colpevolizzare l’azione dei militari nella sparizione degli antagonisti politici, lasciando le famiglie in un limbo di angoscia perpetua. In tutta l’Argentina furono creati oltre 500 centri di detenzione segreti (il più tristemente noto fu l’ESMA – Scuola di Meccanica della Marina) e furono fatte ‘sparire’ più di 30.000 desaparacidos. Qui le vittime venivano torturate tramite elettroshock, annegamento simulato, violenze sessuali sistematiche e mutilazioni. In alcuni casi ai prigionieri veniva assegnato un numero e venivano tenuti bendati per mesi, perdendo la cognizione del tempo e dello spazio.

Poi per sbarazzarsi dei corpi senza lasciare prove, il regime ideò un metodo atroce: i voli della morte. Prigionieri morti e ancora vivi venivano caricati su un aereo militare e gettati nel Rio de la Plata o nell’Oceano Atlantico. In questo modo, l’oceano diventava una fossa comune anonima, rendendo impossibile il ritrovamento dei resti.

Per le donne considerate ribelli, in stato di gravidanza andava forse pure peggio. Le donne partorivano nei centri di detenzione, spesso bendate e legate e subito dopo il parto, le madri venivano eliminate mentre i neonati venivano consegnati a famiglie di militari o di simpatizzanti del regime, che li crescevano con false identità. Nacque in quello stesso periodo la volontà di scendere in piazza da parte delle nonne dei neonati che ne denunciavano la sparizione. L’azione indomita dell’organizzazione delle Abuelas de Plaza de Mayo aiutò con gli anni a individuare centinaia di bambini adottati dalle famiglie del regime.

La repressione non si limitava solo all’eliminazione fisica ma soprattutto era attiva nell’aspetto culturale e sociale. Furono bruciati milioni di libri considerati “sovversivi” (persino libri di matematica moderna o il Piccolo Principe in alcuni casi). Annullamento della libertà di stampa con giornalisti, artisti e professori perseguitati, esiliati o uccisi.

Videla non mostrò mai pentimento. Durante i processi negli anni successivi, definì i morti come “un’esigenza della guerra” e i desaparecidos come persone “assenti” che non avevano diritto a un trattamento legale. È morto in carcere nel 2013, condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità e, specificamente, per il piano sistematico di sottrazione di minori.

A 50 anni dalla giornata più buia della storia argentina oggi tutta una nazione grida più forte che mai: Nunca más! Mai più!

Redazione

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