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Parte 1

Autunno 2007. Mio papà è a Buenos Aires, in un hotel di Avenida Alem. A catturare il suo sguardo nella hall è un gruppo di persone, chiaramente una squadra di calcio, vestite di blu e di giallo. Ne riconosce uno in particolare e lo ferma. Gli chiede un autografo per suo figlio, che ha 8 anni e dall’Italia è già un grande tifoso del Boca Juniors. “Aspetta, torno subito”, risponde prima di risalire in camera Juan Román Riquelme, el ultimo diez.

Diciannove anni dopo, chiedo gentilmente al portiere se mi consente un giro per quella stessa hall. Ho immaginato la scena centomila volte mentre guardavo Román e compagni cullato dalle telecronache del canale italiano che storicamente trasmette il calcio argentino. Da bambino trovare il Boca nei negozi dove incredibilmente si trovava il Subbuteo era arduo. In uno dei miei primi ordini online, avevo comprato un pacchetto di omini da dipingere, e gli avevo messo i numeri del plantel dell’epoca: il facu Roncaglia, Erwiti, e il tridente Viatri, Mouche, Cvitanich. Poi, disobbedendo agli ordini genitoriali, mi ero alzato alle 3 di notte per vedere la mia prima finale di Libertadores persa, quella del 2012 contro il Corinthians.

Da lì, partita dopo partita, il Club Atlético Boca Juniors mi ha seguito per il mondo. Ho passato quella maledetta serata del 9 dicembre 2018 sul divano pulcioso di uno studentato in Olanda, scansando i topi e provando a sostenere di fronte agli amici tedeschi e irlandesi che Nahitan Nández fosse la mezzala più forte al mondo. La mattina del 5 novembre del 2023, 23 anni dopo la passeggiata di degli eroi di Carlos Bianchi sul Real Madrid di Figo e Raúl, avevo in programma di sfilare per le strade di Tokyo con la remera sponsorizzata Megatone, una decina di taglie più piccola. Non andò come previsto, e a cena rinunciai a convincere un collega inglese che Advíncula era pronto per il grande salto in Premier (a 33 anni). Di fronte ai suoi occhi, però, mi alzai dal tavolo di Ueno e abbracciai un coetaneo con la polo con lo scudetto blu e le stelle, e parlammo con i cuori spezzati della finale appena persa con il Fluminense, che avevo visto in streaming su un Ipad alle 5 antimeridiane.

Con il passare degli anni, il mio contagio di argentinità ha trasbordato oltre il calcio, e passando per letteratura e storia del Paese è diventato materia di studio e fonte di amicizie. Eppure, non so bene per quale motivo, è la mia prima volta in Argentina. Atterrato a Ezeiza comincio a notare da subito, sempre più frequenti, le magliette blu con la banda orizzontale rugbystica gialla, che per anni ho giocato a individuare onnipresenti tra le folle del Louvre, degli stadi europei, dei concerti, e di qualsiasi evento di massa a cui sempre partecipa il “movimento popolare più grande del mondo”. Ho in programma le gare in casa con San Lorenzo e Instituto, la squadra cordobese in cui esordirono Paulo Dybala e il Matador Kempes, che autografandomi una maglia mi disse sorridente: “de Mario a Mario”.

Ma proprio quando dopo 20 anni di attesa le stelle sembrano allinearsi, ci si mette in mezzo il Chiqui Tapia, alla cui controversa apparizione in giudizio si deve una giornata di sciopero della Liga. Una settimana di snervante dubbio rispetto allo svolgimento della partita, ed è finalmente via libera per Boca Juniors – San Lorenzo alla Bombonera. Gli xeneizes ci arrivano da una convincente vittoria in casa del Lanús, che la settimana prima ha steso il Flamengo nella finale di ritorno della Recopa Sudamericana. Il 3-0 sui vicini di casa è valso ai ragazzi di Claudio Úbeda il titolo di “Bayern Juniors”. I tifosi non fanno quindi nulla per tenere a freno le aspettative per il secondo derby di fila, questa volta con i vicini di casa di Flores. E nel pomeriggio dell’11 di marzo 2026, allungato da litri di cola y fernet, per le strade de La Boca le aspettative elevate si sentono chiare, canalizzate nei cori più autoidentitari per “Los dueños de la Historia”, la Doce, e contro gli altri rivali porteñi, le “galline da bruciare”.

Ma una volta intraviste a chilometri, stagliarsi da Parque Lezama, le fasce di giallo e di blu della Bombonera, e iniziato il cammino con gli hinchas verso il tempio del fútbol, nulla degli anni passati a guardare partite di notte, seguire i giocatori, dar loro sberle con pollice e medio al Subbuteo e imparare i cori mi ha minimamente preparato a quello che ho visto lì dentro.

1 – continua

Mario Parolari

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